“L’Apollon de Gaza” di Nicolas Wadimoff

Negli ultimi anni siamo ormai abituati ad associare Gaza con la difficile situazione geopolitica che coinvolge quel territorio, legato a doppio filo al conflitto israelo-palestinese. Nicolas Wadimoff offre una nuova lettura di quella terra attraverso un documentario dalla struttura di un romanzo giallo, riuscendo a riscoprire la bellezza di un paese che abbonda di arte in ogni angolo. Proprio il ritrovamento di una scultura di bronzo dell’Apollo, dio greco dell’arte, per mano di un pescatore, è il pretesto per dare inizio alla storia raccontata in L’Apollon de Gaza. La misteriosa scomparsa qualche mese dopo il ritrovamento, spinge il documentarista a viaggiare nella città per risolvere l’enigma e scoprire come una statua dalle simili dimensioni possa essere scomparsa nel nulla.

Forte della sua esperienza come reporter per la TSR in Libia, Algeria, Palestina, Ruanda e

Chiapas. Nicolas Wadimoff realizza un indagine sulla situazione a Gaza attraverso le voci dei suoi abitanti, dando risalto a tutti dal più umile pescatore alla più importante delle figure religiose.

Attraverso il racconto di chi è entrato in contatto con l’Apollo prende forma un disegno della città, della gente, dei conflitti, della religione e dei numerosi interessi in gioco. Servendosi di lunghe carrellate realizzate camera a mano, lo spettatore sprofonda sempre più dentro il mistero e la città, confrontandosi con un caleidoscopio di voci nella quale è impossibile rintraccia la verità. Le molte contraddizioni diventano la forma attraverso la quale emerge la grande quantità di pensieri e interessi messi in gioco, le differenze di un popolo profondamente eterogeneo che condivide solamente lo stesso spazio.

Quando si parla di Gaza però è impossibile lasciare in disparte il contesto politico che tra l’arte e il territorio, finisce per espandersi come un’ombra e prendere il sopravvento nella vicenda. L’Apollo scomparso non è più solo un’opera d’arte ma qualcosa di oltre, è ormai un simbolo e in tempi di guerra i simboli sono pericolosi.

Attraverso il più classico dei McGuffin, il regista ci offre una spinta per permette la visione su un panorama artistico dimenticato dalla guerra, composto di milioni di artigiani e oggetti preziosi di cui la città è ricca ma di cui non si sente mai parlare. L’ironia e la leggerezza con cui Wadimoff tratta tali contrasti non fanno mai dimenticare la profonda amarezza di chi il conflitto lo vive ogni giorno, riuscendo in un’attenta riflessione sul triplice rapporto che vede a confronto la vita, l’arte e la guerra. In questo anche se non tutti i misteri della vita non trovano risposta, l’importante è godere della magia di quello che ci circonda facendone il proprio tesoro.

Recensione di Luigi Giacomazzi