Cosa si può dire ormai di Quentin Dupieux e della sua carriera autoriale da regista (perché c’è anche quella musicale con il moniker di Mr. Oizo), senza risultare petulanti a furia di accatastare l’uno in fila all’altro termini come “folle”, “grottesco”, “controsenso”? È operazione complessa spiegare, perlomeno da parte nostra, come queste caratteristiche permeino organicamente, identificandolo, il cinema del francese sin dai tempi di Nonfilm e comunque non smettano mai di subire una certa evoluzione o di acquisire nuovi significati nello sgangherato percorso di una filmografia ormai ben delineata. È evidente a chiunque che tale percorso abbia portato il nostro ad approdare ben oltre le sponde del weird movie, comune divertissement che vive della sua stessa follia e che in quella medesima dimensione si esaurisce; già con Réalité e Au poste! l’asticella sia era alzata, impostando il discorso su piani più elaborati dal punto di vista del significato complessivo. L’ironia non è più maschera per celare la natura ingenuamente esistenziale di alcune riflessioni, altrimenti seriose, condotte già a partire da Wrong, bensì diventa la cifra stilistica precisa e unica per affrontare temi come quello dell’identità, intorno a cui ruota sin dal primo frame questo Le daim.
Il cervo eponimo è quello che ha dato la sua pelle, sotto forma di giacca, all’indiscusso protagonista Jean Dujardin, mattatore totale per tutta la (breve) durata dell’opera, in un crescendo tragicomico che rappresenta un unicum nella carriera di Dupieux, la cui regia si abbandona volentieri all’estro della sua figura centrale. Georges è il nome del personaggio e questa è l’unica cosa normale di lui, mitomane divorziato in crisi di mezza età con il feticismo per lo scamosciato e la ribollente convinzione che che un look di solo daino gli conferisca un fascino irresistibile, tanto da poter manipolare persone ed eventi intorno a lui e, perché no, diventare un divo del cinema girando un film in prima persona con mezzi di fortuna. Riaffiora dunque, dopo Réalité, un nuovo afflato meta-cinematografico che ha soprattutto il compito di esplicare il ruolo della (auto)rappresentazione nel concetto di identità e nella sua formazione: Georges conduce se stesso verso un tentativo di metamorfosi, un quasi letterale cambio di pelle che dovrebbe permettergli di aprire una nuova fase della sua vita, creandosi un doppelgänger vincente – come ci ricorda la locandina.
Per capire Le daim dopotutto basta la sequenza iniziale. Nelle prime inquadrature Georges è sfocato, non identificabile, spogliato della sua presenza; presenza che invece riacquisisce nel momento in cui trova la sua giacca di daino in un negozietto di montagna. Indossandola, viene creato il doppio del protagonista, pronto per travolgere il suo piccolo mondo nelle Alpi francesi con il suo grande sogno, un sogno grottescamente cruento. Per certi versi la vena magari ricorda i primissimi film di Dupieux, con il ritorno all’uso di sequenze splatter a basso budget e qualche sfumatura horror; dopotutto pian piano Georges, nel suo delirante percorso, si rende conto che il passo definitivo della riprogrammazione da zero di se stesso come divo risiede nell’agguantare l’autentica unicità, fino al punto di uccidere chiunque altro abbia l’ardire di indossare una giacca e così di privarlo della possibilità di riconoscersi in essa. La giacca è il suo fondamento vitale, come la corona per il sovrano, chi si oppone a questa legge deve essere (goffamente) eliminato. La difficoltosa transizione raccontata dal nostro parte dal punto più bass’: la riconoscibilità della propria forma di vita a livello fisico e materiale. Tant’è che Georges comprende se stesso in primo luogo a partire dal lato animale (imitando i versi del cervo, ad esempio), come un qualcosa di primariamente fisico e fatto di carne – anzi, pelle.
A fare da spalla comica, espediente narrativo funzionale, e anche contraltare speculare del protagonista, c’è la montatrice Denise (Adèle Haenel), che sostiene Georges nel suo progetto, finanziariamente e tecnicamente. Denise fa eco, mediante l’ossessione per l’atto di riassemblare film di culto a partire dal montaggio per modificarne la storia, alla riappropriazione di una soggettività inseguita da Georges: che storia è quella che cambia in maniera proporzionale al cambiamento dell’ordine dei suoi “addendi”? Non certo una storia vera né tantomeno unica. Ecco quindi un buon motivo per supportare il sedicente filmmaker, vedere cosa riesce a combinare una persona con in mente il piano di decostruirsi fino alle più radicali conseguenze.
Le conseguenze non tardano certo ad arrivare, l’epopea di Georges finisce presto per incontrare la sua legittima fine. La sua volontà di fuggire dal consesso sociale, in cui si incontrano perso in parte simili e in parte diverse che forgiano il pensiero di sé e la coscienza, si trasforma nella forma più spaesante di omologazione; Georges ha speso così tante risorse ed energie ad assimilare se stesso all’involucro creato appositamente che dimentica di riempirlo, e ne risulta svuotato. Il nostro, un tempo animato soltanto dal desiderio di attestare la propria unicità a discapito del mondo intero, invece cade nell’estremo opposto, finendo per combaciare con quell’animale che gli aveva dato la pelle, riverso a terra, con la giacca lasciata come promemoria a Denise e nessuna identità per farsi riconoscere: nemmeno più cadavere, solo carcassa.
Forse è il più serioso e formale dei film di Quentin Dupieux, probabilmente il più sentito, non per forza quello meglio riuscito in assoluto, sicuramente la sua opera più simbolica e quella dove si sente che è intervenuto rigidamente sul suo stile autolimitandosi, perché perfettamente consapevole che questa storia poteva essere raccontata soltanto in un modo: questo, e basta, a costo di ritrattare parzialmente sugli stilemi che ne costituiscono l’impalcatura. Le daim è un delirio controllato, solo apparentemente anarchico, e rivela in ogni caso a capacità di gestire variazioni significative (seppur non evidenti) con la nonchalance di chi sa di essere un autore a pieno titolo. Chapeau.






