Milan, carpentiere slovacco, lavora da alcuni anni in Germania per mantenere la famiglia rimasta nel paesino d’origine e garantire ai suoi tre bambini delle migliori prospettive per il futuro. Al momento del tradizionale rientro per Natale, però, scopre che in sua assenza le cose non vanno troppo bene: il figlio adolescente frequenta uno strano gruppo paramilitare organizzato con il placet del parroco locale e forse implicato nel suicidio di un ragazzo. E in generale la quieta e modesta provincia slovacca nasconde molti scheletri nell’armadio…

Marko Skop, ospite fisso del Festival di Karlovy Vary, in due edizioni di una decina d’anni fa si è già aggiudicato alcuni premi nella sezione documentari. Ed è proprio nel genere documentario che ha debuttato questo regista slovacco, che oggi ha 45 anni e ha presentato ora il suo secondo lungometraggio di finzione, dove, nondimeno, si notano immediatamente l’occhio e la mano di un documentarista particolarmente attento agli umori serpeggianti in sordina tra le campagne e i villaggi della sua terra, purtroppo non immune dagli inquietanti fenomeni che stanno attraversando l’Europa centrale e orientale negli ultimi anni – xenofobia, omofobia e molte altre fobie che fanno leva su un sostrato sociale ancora profondamente conservatore e patriarcale, a maggior ragione in un paese relativamente povero e tuttora perlopiu’ rurale come la Slovacchia.

Tutto ciò è ben riflesso in Let There Be Light, un titolo che è un programmatico ossimoro e ci apre le porte su un mondo dove di luce ne balugina ben poca. L’ambientazione natalizia non serve a molto, se non ad ispirare un senso di profonda tristezza e di attesa angosciosa, anche con l’ausilio di una fotografia che predilige i colori freddi e con lunghi silenzi rotti solo da rari commenti musicali dalla funzione squisitamente diegetica. Sotto la coltre di neve che si poggia sulle casette e i campanili della campagna slovacca covano infatti conflitti in potenza che non tarderanno a farsi strada in superficie. Nel complesso, il soggetto è costruito con efficacia e regge molto bene l’equilibrio tra dramma familiare, inquietante documento sociale e storia di cronaca nera con venature di thriller, con tanto di graduale aumento della tensione che oppone i componenti della famiglia prima e la famiglia e la piccola comunità del paese poi, in un sinistro climax dosato con abbastanza maestria da tenere lo spettatore incollato alla sedia, nonostante sullo schermo non succeda nulla di eclatante.

Molto interessante, poi, l’approfondimento di un elemento specifico quale la formazione di gruppi di giovani apparentemente impegnati solo in attività socialmente utili o tutela informale dell’ordine pubblico nella comunità (delle sorte di “ronde”), ma a cui in realtà viene inculcata sin da subito l’idea che il loro compito è “proteggere la patria nel caso di minacce alla statalità slovacca”. Questo sintomo tangibile del virus della paura che sta contagiando l’Europa finora non aveva avuto riscontri diretti nel cinema di finzione, tantomeno ceco o slovacco. Forse troppo caricata negativamente la figura dell’untuoso parroco – anche senza troppe dichiarazioni esplicite, sin dall’inizio erano ben chiari l’oscurantismo e l’ipocrisia della parrocchia cattolica del paese, fulcro numero uno della comunità unitamente al gruppo paramilitare da essa stessa supportato. Lo stesso vale per il truce padre del protagonista Milan, fervido credente e praticante che rimpiange i bei tempi dello Stato Slovacco collaborazionista “dove c’era ordine”, sorta di “nonno padrone” che i nipoti evitano e vedono controvoglia.

Senz’altro ottima, invece, la prova attoriale del protagonista Milan Ondrik, che non a caso si è conquistato il premio come miglior interprete maschile alla chiusura del Festival: il personaggio suo omonimo è un eroe a tutto tondo di cui vengono ben tratteggiate le profonde contraddizioni. Padre e marito premuroso e capofamiglia autoritario e violento, gran lavoratore che si sacrifica per il futuro dei figli ma di fatto non li conosce per niente e non li educa, idealista con l’ambizione di infrangere, o almeno di far infrangere ai suoi bambini, gli angusti confini del “natio borgo selvaggio”, e allo stesso tempo maschio alfa con un pericoloso feticcio per i fucili e i carri armati, che non ci pensa due volte quando si tratta di venire alle mani con gli altri uomini del microcosmo patriarcale. Ma che in ultima analisi sceglierà comunque di andare controcorrente, infrangendo il pericoloso muro di omertà eretto dagli stessi tutori dell’ordine e fornendo così – questa è almeno la speranza di noi spettatori davanti all’inquadratura dove il padre stringe forte la mano del figlio, in un finale a dir poco aperto – un modello alternativo alla sua famiglia.