sabato, Luglio 25, 2026
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“mPalermu” di EMMA DANTE

Una soglia impossibile da varcare

“Cinque attori sul palcoscenico. Cinque parenti congiunti…Una famiglia. Un compito: agire. Varcare la soglia, mettere un piede dietro l’altro e andare. Fuori. Per strada. Andare. Per farsi guardare interi. Per dimenticare l’urto, la rottura di ombre irregolari appiccicate alle pareti…Cinque attori che sono una famiglia e noi che li guardiamo”. Emma Dante

Emma Dante ha un grande merito. Riuscire a dare alle immagini rappresentate la capacità di auto-raccontarsi. In superficie, cogliamo un movimento, un’espressione particolare, una situazione. Man mano che lo spettacolo si fa, le immagini diventano qualcosa di più. Testimonianze di vita, racconto del racconto. Si procede, quasi, per addizione. I pezzi aggiunti permettono allo spettatore di costruire il proprio puzzle perdendo di vista il singolo caso e ingrandendo lo sguardo d’insieme. Con lo scorrere del tempo, la scena stessa si sporca di vomito, si colora di cibo quasi riempendo il vuoto ingigantito dai toni scuri (fisici e caratteriali) dei cinque personaggi.

Il centro drammaturgico sembra essere l’immobilità. La pigrizia di una città che vuole schivare tutto per non essere colpita o identificata. E’ questa famiglia a rappresentarla attraverso sentimenti e ripetizioni gestuali che richiamano un passato remoto e indefinito. Il tono scelto però non è di retorica, e dunque superficiale, condanna, quanto piuttosto di ironica e malinconica, ma non compiaciuta, descrizione. La regista afferma che “a Palermo non si compiono azioni, si mettono in scena cerimonie, non si fanno discorsi, si opera retoricamente citando ammiccando alludendo”.
I cinque giovani attori – con la loro mobilissima recitazione che punta molto sulla fisicità – celebrano per noi una vera e propria cerimonia. Non la vuota ripetizione di gesti antichi oramai privi di senso, bensì la contemporanea rappresentazione della lenta e quasi invisibile agonia di una città, osservata con gli occhi lucidi dell’indignazione generata da un amore disinteressato.

Si ha come l’impressione che lo spettatore faccia parte del copione. Diventa, quasi, una sagoma scura affacciata ad una finestra dalla quale si osserva la gente passare. E’ una spia innocua. Vorrebbe, forse, interagire con i cinque protagonisti o magari toccarli ma capisce, velocemente, che il muro che li separa è troppo spesso per poterlo abbattere. Piccoli ma importanti sono i dettagli che ostruiscono il potenziale incontro tra scena e pubblico. Le tappine, ad esempio.
Le comuni ciabatte da casa indossate da una di loro, sotto il completino elegante, a segnare la diversità: non si può passeggiare in pubblico con le tappine. Non si deve. Si vedrebbe la povertà. La lotta tra quel che si è e quel che vorremmo – o dovremmo – essere è feroce. La verità, profonda e semplice è come la nudità cui si riducono gli attori: piagata, segnata, esposta nella sua implacabile e sconcertante bellezza, fino al grido che chiude lo spettacolo.

Regia Emma Dante
Con Monica Angrisani, Gaetano Bruno,
Sabino Civilleri, Tania Garribba,
Manuela Lo Sicco
PREMIO SCENARIO 2001
PREMIO OPERA PRIMA UBU 2002
al Teatro Palladium di Roma il 5, 6, 7 maggio 2006