Penombra colorata di blu: l’inquadratura stretta su una porta a vetri cattura una silhouette minacciosa e subito rivela la sua natura di soggettiva. Lo sguardo è quello di Elio, tredicenne protagonista di “Mosto” (2024), di Vernante Pallotti e Daniele Zen, proiettato durante la seconda serata di FiatiCorti 2025. Il ragazzo spia il padre mentre di notte, di nascosto, svuota nervoso le bottiglie di un vino che assaggia e sputa disgustato. Il liquido, rosso e denso come il sangue, scende lentamente nello scarico della cucina, infilandosi nelle crepe della superficie. Stacco: è mattina e la madre di Elio, un grosso livido nero sul braccio, strofina con forza il grande lavabo di marmo per ripulire le tracce rimaste. Giustifica il marito, tormentato dal sapore ferroso che il vino di suo produzione ha improvvisamente e inspiegabilmente assunto; “è una maledizione” le dice Elio, “perché non ce ne andiamo?”, ma rimane inascoltato. La ripresa successiva, dal basso, spiazza e inquieta catapultandoci in un film dell’orrore: il ragazzo è in piedi con una pala in mano, i lunghi capelli zuppi di pioggia, lo sguardo gelido, inespressivo, e riempie di terra una buca sul terreno. Poi il brusco ritorno alla realtà: non è notte ma giorno, il sole a picco sui filari di viti. Per fortuna, o purtroppo, siamo solo stati catapultati nella sua mente, che affronta senso di impotenza e rabbia immaginando, come via di fuga da un terrore mai esplicitato ma palpabile, uno scenario tanto terribile quanto liberatorio: uccidere il padre per mettere fine ai suoi abusi.

È di violenza domestica che parla infatti il bel corto del duo creativo veneto, ambientato sulle verdi e luminose colline della Valpolicella, e la sequenza appena descritta, inserita esattamente a metà pellicola, racchiude efficacemente in sé non solo buona parte dei significati che i due registi puntano a trasmettere, ma anche forma, punto di vista e stile che hanno scelto di adottare per farlo. Il carattere simbolico dell’episodio è evidente: Ferruccio, che spaventa terribilmente il figlio, ha corrotto tutto quello che ha toccato della sua famiglia, arrivando persino a intaccare il vino che essa produce, che porta ora il sapore metallico di una violenza fisica e psicologica continua. L’uomo se ne sbarazza al buio, in silenzio, così come tenta di celare i continui soprusi da lui messi in atto, complice la moglie, collusa e debole, che subisce, giustifica, nasconde. Ma il vino non solo sembra sangue, lo è diventato davvero, trasportandoci in una dimensione intrisa di realismo magico, a cavallo tra il contesto iperrealistico dato dall’ambientazione nella “schietta” campagna veneta e una dimensione fantastica in cui le maledizioni esistono davvero.

A tutto questo si aggiunge l’atmosfera cupa, asfissiante, tipica del genere horror, ben costruita grazie ad una fotografia notevole – che risalta i rossi, esalta i contrasti tra luci e tenebre, tra interni lugubri ed esterni quasi accecanti – e a un sound design che alterna urla ovattate, silenzi forzati, spaventosi suoni di ingranaggi; ma l’orrore è restituito prima di tutto dall’efficace scelta di ancorare il racconto alla soggettività del giovane Elio, fotografando la realtà attraverso la lente del suo sguardo spaventato, affondando talvolta, con incursioni fugaci e inaspettate, nella sua immaginazione inquietante e “nera”.

Mosto non è però solo denuncia delle oscurità di certe dinamiche familiari, è anche e soprattutto messaggio di speranza per tutti coloro che in esse sono ingabbiati, troppo impauriti per reagire. Nella vita di Elio piomba infatti Stellina, una sua coetanea piena di energia e di colore (un rosso vitale, non mortifero come il sangue) mandata dai nonni a vendemmiare nell’azienda di Ferruccio per occuparle le vacanze. Con lei Elio, libero di esprimersi, esce dal proprio guscio di introversione, fino a compiere, per proteggerla, un gesto forte, inaspettato e potente, rompendo forse la “maledizione” che incombe sulla sua famiglia. Il finale, sulle note della canzone “Veneto d’estate”, è un bagno liberatorio in un fiume azzurrissimo, che assieme al sangue lava via la paura.