Presentato Fuori Concorso, Mosul segna l’esordio alla regia di uno degli sceneggiatori più quotati di Hollywood, Matthew Michael Carnahan – la mente dietro State of Play (2009) e World War Z (2013), per intenderci –, che nonostante la perfetta aderenza al genere finisce per firmare un war movie convenzionale, rischiarato al più da qualche trovata.

Circondato da una squadriglia di Daesh – il sedicente Stato Islamico (ISIS) –, il poliziotto KawaAdam Bessa – sta ormai dicendo le sue ultime preghiere quando viene salvato da una misteriosa task force: si tratta della SWAT del servizio d’ordine iracheno, composta da uomini che hanno fatto dell’eradicazione del terrorismo la loro ragione di vita. Invitato dal maggiore JasemSuhail Dabbach –, il novellino si unisce ai loro ranghi per una missione nei territori contesi, il cui obiettivo risulterà chiaro solo alla fine.

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Basato sul reportage-denuncia The Desperate Battle to Destroy ISIS di Luke Mogelson pubblicato sul New Yorker nel 2017, Mosul trae origine dall’intuizione dei fratelli Russo, in un momento in cui erano alla ricerca di un titolo di punta per il lancio del loro nuovo studio, la AGBO Films – fondato nel 2016. Indicato da un loro collaboratore, Carnahan si appassionò subito al soggetto scorgendovi grande potenziale per un film: accettò di occuparsi della sceneggiatura, a patto che fosse lui a girarlo e che gli interpreti mantenessero l’arabo.

In un panorama dominato dallo slang marines-aresco, tale scelta linguistica è una piacevole novità e rende giustizia all’identità culturale dei veri protagonisti di questa storia – che è anche Storia – contemporanea. Detto questo, l’opera prima di Carnahan risulta preoccupantemente nella media: certo potremo dire addio al polpettone patriottardo e alla propaganda spicciola a stelle e strisce, ma la triade Dio-Patria-Famiglia, l’atteggiamento paternalista da giustiziere e la resa macchiettistica del nemico restano. La stessa evoluzione del protagonista, che da uomo in divisa moralmente combattuto e sensibile passa a macchina da guerra senza sentimenti nell’arco di una sola giornata, è una spia abbastanza eloquente dell’operazione che ha in mente il regista: ben lungi dall’attenersi alla cautela cronachistica dell’articolo sopra citato, è più interessato alla messa in scena di un search and destroy muscolare dove non c’è spazio per la problematizzazione.

Poi dal punto di vista eminentemente tecnico – come esige il genere – il prodotto è ineccepibile, soprattutto se si presta attenzione al montaggio sonoro e agli effetti annessi. Mosul è adrenalinico e violento quanto basta per non avere mai un vero momento di calo, con un buon finale atipico – l’obiettivo della missione è molto più “umano” di quanto si pensi – che ha il merito di accendere un lume di speranza per l’Iraq dilaniato dalle protratte ostilità. È però la classica americanata, e a quest’edizione della Mostra sinora ce ne sono state anche troppe.