La 75esima Mostra del Cinema di Venezia, al netto delle opinioni sulla ricchezza del programma o sulla qualità complessiva dell’edizione, ha indubbiamente il grande merito di aver provato dopo un po’ troppi anni di sudditanza francese a rimettere la testa avanti. Il fatto di essere riusciti ad accaparrarsi il nuovo film di un peso massimo del Festival di Cannes come Carlos Reygadas (già premiato con la Palma d’Oro per Post tenebras lux ma in rotta con l’organizzazione a causa delle velleità industriali di Frémaux) è un’ulteriore dimostrazione di questo passo in avanti.

Nuestro tiempo come i suoi predecessori è un film assolutamente concettuale, che deve essere guardato per come usa il mezzo-cinema, per come sviluppa un’intricatissima rete di riflessioni sull’atto stesso del filmare e sulla dualità trascendenza-immanenza, e non tanto per la sua narrazione. Non bisogna farsi ingannare dalla vicenda della crisi di coppia tra Juan ed Ester (interpretati da regista e consorte), o da quello che sembra un semplice racconto delicato e contemplativo di una realtà estranea, ma è necessario entrare nel film per interpretarlo su più livelli. Reygadas e i suoi film chiedono sempre questo atto decisionale, di fede nel cinema in senso stretto.

La stessa dimensione narrativa cela il suo opposto, perché è proprio di narrazione (nella sua massima generalità) che si parla in Nuestro tiempo, che consiste invero in un’opera meta-narrativa e meta-cinematografica che ragiona intorno alla strutturale necessità dualistica della relazione, ponendo prima di tutto il concetto di rapporto. I due termini primigeni sono il regista e il cinema, in un turbinio di rifrazioni che poi ingloberanno molto altro. Quel rapporto che vediamo sgretolarsi sempre più nel film è da considerarsi un esempio, perché il Reygadas personaggio qui è la sua concezione, il suo modo di vedere se stesso come regista. Il passare da un lato all’altro della mdp lo aiuta a renderlo manifesto, mentre Ester – la moglie che vorrebbe rimodellare il loro matrimonio sulla base di una relazione aperta – è quel cinema insondabile, quel cinema che si dà sempre diversamente e nella sua pienezza rappresentativa non è mai perseguibile.

Reygadas manipola il tempo così come lo conosciamo, lo piega alla sua logica filmica, ne sconfessa l’attitudine alla misura, l’importante è la messa in scena della tensione eterna nell’atto artistico. Nuestro tiempo è un film sulla nascita, sull’origine, che va individuata in questo modo proprio nel rapporto tra il tendere (consapevolmente inutile) verso di esso e la permanenza nella ricerca, parziale, calcolata, astratta rispetto alla totalità incommensurabile del mondo che per il regista messicano, cinematograficamente, va esplorato in questo modo. Un mondo che è il ranch, una realtà fissata in una sequela di attimi che, se si susseguono, lo fanno solo spazialmente (e non temporalmente, come sarebbe normale) in un controsenso allucinante: ce lo ricorda quella regia calma e posata eppure rigogliosa di senso per l’immagine che allarga a dismisura, con il suo scope che deforma curvando l’immagine ai margini, e permette una fotografia in grado di andare decisamente oltre la tecnica che conosciamo, dando vita a un microcosmo dove le ore e le articolazioni del tempo in passato, presente e futuro non esistono.

Luce che non è più quella dopo le tenebre animate dal diavolo di PTL, ma diviene, assieme all’occhio dello spettatore, la cui presenza è ricordata allo stesso verso la metà del film dalla mirabile scena del garage, la condizione di possibilità per la sussistenza del film, e, più in generale, del cinema stesso. Se Post tenebras lux ricordava in ogni suo istante la medesima necessità, creando un film che era tale sono nel momento in cui era visto, Reygadas con Nuestro tiempo va persino oltre nel suo percorso meta-testuale inserendo, in un gioco a sua volta meta-filmico di una complessità mostruosa, lo spettatore in quel contesto di necessità relazionale, di dualità originaria che è il tassello fondamentale dell’essere del film stesso, poiché nella narrazione è contenuta la sua negazione, come in ogni film del nostro è il legame che intercorre tra due esseri a definirli. In un ciclo pauroso di morte e vita, di rinascita e tempo che si slega da ogni determinazione successiva, al pari dell’immagine che acquisisce senso solo in quanto filmata e non per ciò che rappresenta, nel suo stare, essere presente (la narrazione trascendente per Reygadas è solo che una tecnica), Nuestro tiempo dissolve e ricostruisce mano a mano un modo di pensare il cinema, va dritto a coglierne la potenza taurina e cerca di fornire, attraverso lo stesso mezzo, una rappresentazione proprio in quanto mezzo-cinema. Complicato, folle, elitario, concettuale, quello che volete, ma Nuestro tiempo è un’astro che brilla di luce propria tanto nel Concorso quanto nel programma comprensivo di questa Mostra. Imperdibile, come al solito, questo è Carlos Reygadas. Fatelo restare, offritegli qualcosa, supplicatelo, sequestrategli il passaporto: le prime dei suoi film devono essere veneziane.

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