È il 1968 ma non quel ’68. Siamo sì in America, ma più a Sud, in Colombia, dove un tale, Rapayet, s’è appena proposto a una donna ma per averla in sposa deve essere lui a portare in dono una ricca dote. Questo pretesto lo porterà a scoprire accidentalmente l’enorme commerciabilità della marijuana, offrendoci dapprima uno spaccato da un punto di vista individuale della genesi della bonanza marimbera, e poi uno sguardo d’insieme sul cambiamento antropologico che distrusse e rifondò la Colombia negli anni ’70.

Nel 1998 invece Cristina Gallego fondava assieme a Ciro Guerra la Ciudad Lunar, una casa di produzione che fosse capace di proporre e finanziare il cinema d’autore a livello nazionale. Guerra ebbe anche l’onore di essere il primo regista sotto l’egida della nuova casa, prima con La sombra del caminante e poi con Los viajes del viento, dando voce a un cinema lento e misurato, focalizzato sul racconto di un paese piuttosto che sulle persone. È solo con El abrazo de la serpiente – che resta tutt’oggi la sua opera migliore – che raggiunge una certa profondità d’analisi, spostando l’essere umano al centro e provando a ergerlo a metonimia della profonda crisi di un Paese intero, preferendo così un approccio antropologico. Il mesmerismo viene abbandonato però a beneficio di una messa in scena più canonica, prima conseguenza rilevante di una Gallego per la prima volta in posizione di comando, alla regia assieme a Guerra; dopo che lei stessa si era ritagliata sempre più spazio nelle produzioni di quest’ultimo (da semplice produttrice a executive ad assistente al montaggio), compie definitivamente il grande passo, considerando anche che il soggetto di partenza è suo.

Questi non sono retroscena, ma il cuore della creazione di un film come Pájaros de verano, altrimenti inafferrabile nonostante l’apparente linearità, data la serie di riferimenti e rimandi che ne sono parte inscindibile, perché l’opera avrà anche uno stile potabile e da impatto immediato (e non a caso anche l’Academy l’ha notata), ma vuole portare su schermo, alla stregua di un romanzo occidentale ottocentesco, l’antropologia di un certo contesto attraverso un racconto generazionale, snodandosi tra l’ascesa dell’ingenuo ma pragmatico Rapayet, la sua trasformazione in uomo d’affari e la decadenza che coincide con la scalata al potere del di lui figlio Leonidas, prepotente arricchito privo dell’umiltà dei genitori che si renderà conto troppo tardi della propria pochezza.

Pájaros de verano è sia un’epopea gangster classica, costituita appunto da un’irrefrenabile ascesa prima e un declino altrettanto rapido a seguire poi, ma anche un racconto di frontiera, un thriller, un western quando serve, e un documento che mai lascia perdere il fulcro del proprio essere, quello di narrare dal principio l’autodistruzione eterodiretta di una cultura. La famiglia protagonista è infatti di etnia Wayuu (nativi americani sopravvissuti in parte al genocidio coloniale) i cui rituali fumosi e cantilenanti si perdoneranno, assieme a tutta la loro cultura, al loro modo di pensare, o, banalmente, ai loro valori, con la bolla del commercio di marijuana e caffé, che poi diventa di droga e armi pesanti, e via dicendo fino a rifondare l’intera Colombia settentrionale su un bacino di corruzione, malaffare, violenza, perdita di ogni moralità.

In fondo si tratta di questo, del collasso di un tipo particolare di uomo, del suo sistema etico e della sua vita con l’arrivo del capitalismo, una forma economica imposta dalla situazione geopolitica prima incentivando la distribuzione capillare della droga come fosse un normale prodotto agricolo all’interno di una bolla di domanda, poi accoppiando l’invio di un esercito con una propaganda anticomunista, e infine trasformando ogni Wayuu, spogliato della sua realtà, uno spietato “uomo d’affari” pronto a qualsiasi cosa pur di sopravvivere in una nuova giungla creata dove prima c’era una comunità pacifica. E Guerra e Gallego non fanno altro che mettere in scena questa perdita di valori, di identità, in maniera continuativa con una serie di ripetizioni che cambiano in quanto a forma cinematografica – con i generi, con i diversi espedienti registici e di montaggio che si fanno via via di scuola più moderna con il passare dei minuti, con una sceneggiatura volutamente ridondante che ripropone scene similari e speculari che a ogni nuovo giro presentano una sfaccettatura in più, un’alternativa differente.

In questa sua caratteristica Pájaros de verano trova sia una chiave di lettura raffinata che un limite intrinseco che alla lunga finisce per smorzare la potenza dell’opera, vanificando purtroppo quel rarissimo equilibrio che si era venuto a creare tra autorialità e apertura al pubblico. Si tratta comunque di un film scorrevole, intenso e tuttavia di una certa ampiezza in fase di elaborazione e riflessione sul fenomeno, in cui è facile notare tutta un’architettura di parallelismi con schemi, personaggi e scelte tecniche, dallo scontro a distanza Rapayet/Leonidas che contrappone un padre genuino ma consapevole, vicinissimo a un moderno Scarface, a suo figlio, che non potendo contare nemmeno sul ricordo del mondo di ieri diventa presto diventa ebbro di potere, agognandone l’ostentazione violenta e l’umiliazione che essa può generare, il cui apice è rappresentato dal ricatto inutile ai danni di un poveraccio che cercava di tirarsi fuori dalla nuova dura realtà con l’istruzione – un alter ego dello stesso Leonidas se suo padre fosse andato nella direzione opposta a cercare animali da pelliccia dodici anni prima -, costretto a cibarsi di escrementi canini perché sì.

Pájaros de verano è un film senza genere da quando poco dopo la prima mezz’ora inizia a incrociare situazioni e topoi differenti, non disdegnando l’azione pura e semplice quando serve, senza intaccare troppo le sue ambizioni. Perché Guerra e Gallego di ambizione ne hanno eccome, esattamente come abbondano di convinzione – ideologicamente parlando – e impeto nella loro testimonianza. Ed è sempre valido quel discorso per cui, come in En guerre per fare un esempio totalmente differente, l’eccessiva passione extra-cinematografica dell’autore finisce per definire tanto i limiti di una sua opera quanto ha successo nel dotarla di un qualcosa di unico. Pájaros de verano certo a tratti fa il passo più lungo della gamba, vuole condensare troppe tematiche e abbracciare una complessità vastissima (data la situazione) in un modo che a priori non si sarebbe rivelato mai perfettamente adeguato, ma il punto a cui arriva con i mezzi di partenza è comunque mirabile, ed è per questo che si tratta di un film riuscito, tanto che una visione – specie se dovesse passare in sala cavalcando l’onda degli Oscar – non si dovrebbe negargliela.