Cecoslovacchia, metà degli anni ’80. Ingrid è una ginecologa preparata e ambiziosa, intenta a farsi strada in un ambiente professionale ancora dominato dagli uomini. Nelle sue mansioni routinarie, oltre ai parti e alle interruzioni di gravidanza, rientrano anche le procedure di sterilizzazione a cui, secondo i dettami di un socialismo di Stato ormai al tramonto, devono auspicabilmente sottoporsi tante ragazze e donne rom ricoverate nella clinica dove Ingrid lavora. L’amicizia con la giovane infermiera Agata aprirà a Ingrid nuove prospettive verso il suo lavoro e, soprattutto, le sue pazienti, con conseguenti dilemmi etici…

Nell’area compresa tra le attuali Cechia, Slovacchia e Ungheria, i rom costituiscono da secoli una comunità molto numerosa e variegata, per quanto solo in tempi piuttosto recenti si siano conquistati un adeguato margine d’azione, non più da oggetti osservati ma da soggetti autori delle proprie storie nelle arti, dalla letteratura al cinema: di conseguenza, si stanno ricavando uno spazio adeguato in un dibattito pubblico ancora per molti versi plasmato da razzismo e vecchi pregiudizi. Basti pensare all’ottimo lavoro della casa editrice ceca Kher, che da diversi anni pubblica programmaticamente prosa a cura di autori rom, spesso in doppia lingua ceco-romanì. Di grande rilievo sono le testimonianze, documentarie o rielaborate nella fiction, sul passato delle terre boeme (austro-ungarico prima, repubblicano e socialista poi, per arrivare alla contemporaneità) rivisitato dalla prospettiva di cittadini che raramente avevano avuto l’opportunità di raccontarsi e di essere ascoltati al di fuori del proprio microcosmo. In tale contesto, sono particolarmente preziose le voci delle donne rom, doppiamente silenziate e isolate per ragioni di genere oltre che etniche.

Il regista slovacco Ivan Ostrochovský non ha origini rom, ma in questo suo nuovo lavoro recitato in quattro lingue (ceco, slovacco, ungherese, romanì) in programma nel concorso principale di Karlovy Vary 2026 dimostra notevole sensibilità nel riportare alla luce una pagina del passato recente della Cecoslovacchia socialista, quando i diritti delle donne rom sono stati violati in nome dell’apparente pragmatismo di uno Stato ossessionato dal controllo sulla vita anche privata dei suoi cittadini. Le donne rom, già soggette al maschilismo delle proprie stesse comunità, in cui la contraccezione non era neanche lontanamente contemplata, furono le ‘cavie’ più adatte per una politica di controllo delle nascite con motivazioni anche razionali, perché la convinzione era che il livello di vita dei rom sarebbe sensibilmente salito riducendo i numeri della comunità, e d’altro canto aveva un senso anche l’idea di evitare gli aborti ripetuti che seguivano molteplici gravidanze; tale pratica, però, arriva ad assumere i contorni di autentica ingegneria sociale, ovviamente alle spese, in primo luogo, delle categorie di cittadini più vulnerabili e indifesi – che non a caso vengono persuasi ad acconsentirvi anche con la promessa di un compenso in denaro. 

A tal proposito, sia il regista che i produttori di Pramen hanno ricordato che simili pratiche di sterilizzazione più o meno forzata non solo sono continuate anche nella Cechia degli anni ’90, ma nel Novecento sono state diffuse a diverse latitudini, ad esempio negli Stati Uniti tra le native americane; anche per questo, nonostante sia chiara l’ambientazione negli anni ’80 cecoslovacchi – la cui sete di cambiamenti, ancora sottopelle in attesa della Rivoluzione di Velluto del 1989, è ben traslata da una colonna sonora che stilizza la disco music italiana dell’epoca, immediata ipostasi della libertà nelle percezioni del blocco sovietico di allora –  e in particolare in una zona della Slovacchia sud-orientale dove i rom parlano perlopiù ungherese, i riferimenti storici non sovrabbondano, proprio in modo da ispirare un maggiore senso di universalità.

Anche in un lavoro di fiction come questo, Ostrochovský non smentisce il talento di documentarista che aveva dimostrato, ad esempio, nel suo Photophobia (2023), con l’incursione tra gli ucraini obbligati a vivere nella metro di Kharkiv durante la guerra e soprattutto, come co-sceneggiatore, in 107 mothers (2021), premiato alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti e incentrato anch’esso su un composito universo femminile, quella volta in un carcere per donne. Anche in Pramen, è evidente l’attenzione nei confronti, oltre che di Ingrid, anche di ciascuna delle pazienti e delle infermiere della clinica ginecologica, in larga parte interpretate da attrici non professioniste, una su tutte la giovanissima e talentuosa co-protagonista Simona Boledovičová nel ruolo di Agata. Tutti i personaggi femminili, in varia misura, sono obbligati a sottostare alle regole scritte e non scritte di un sistema misogino oltre che autoritario, in cui il corpo della donna e persino della bambina, come dimostrano gli agghiaccianti trascorsi di Agata in orfanatrofio, è il bullone di una catena di montaggio, puro oggetto nelle mani dei poco empatici emissari del governo, medici compresi. A prendere coscienza del peso di procedure svolte in sostanza senza il consenso delle pazienti, né tantomeno una chiara idea delle conseguenze e degli effetti collaterali, sarà gradualmente Ingrid – la sempre brava stella del cinema ceco Anna Geislerová, che nel Karavan in programma a Cannes lo scorso anno era una mamma single alle prese con un figlio disabile e qui è una donna senza figli che, però, affronta quotidianamente le problematiche della maternità altrui: fredda e ambigua come una sfinge, a differenza del sin troppo solare marito che insegna musica ai bambini rom, attraverso il dilemma etico che la investe avrà modo di riscoprire la propria umanità e, forse, di dare una svolta anche alla propria vita privata in crisi.

Allo stesso tempo, nel trattare una tematica così delicata, Ostrochovský riesce a evitare un piglio moraleggiante: i rom, la cui componente femminile versa obiettivamente in condizioni non invidiabili come vediamo nella vicenda della sorella di Agata, non sono solo vittime; i medici, che spesso agiscono in buona fede, non sono solo carnefici. La questione davvero importante, sempiterna perlomeno dai tempi della ‘seconda ondata’ femminista degli anni ’60, rimane in ultima analisi una sola: la donna, che decida di essere madre o meno, a prescindere dal colore della sua pelle, dalla lingua che parla e dal suo reddito, è l’unica padrona del proprio corpo e può e deve avere l’ultima parola su come disporne.