Sanremo 2012 – Terza Serata

Tornano in gara i duetti, Carone-Dalla e D'Alessio-Bertè

Da qualche anno, la terza serata del festival è quella dove la musica si manifesta come una pioggia in un deserto di sassi. Un sole a mezzanotte, una primula che sbuca dalla coltre di neve. La serata della poesia, in cui persino Morandi si abbandona e dichiara che la gara è stata “cruenta”, nemmeno fosse uno spettacolo gladiatorio, e che il corpo di Federica Pellegrini è “flessuoso come un’onda”. I cantanti in gara interpretano canzoni che hanno portato la musica italiana nel mondo con artisti stranieri che rivelano le potenzialità dei brani in nuovi arrangiamenti.

E se già prima la musica sembrava avere un qualche sapore, la terza serata è come la maionese sulle patatine fritte. Certo, a volte nell’abbinare cantanti di fama internazionale con i Big in gara, si può anche avere la sensazione che sulle patatine ci sia finita una cazzuolata di nutella. Che tutti amiamo, ma che non oseremo mai associare a certi alimenti pur gustosi. A volte però, la nutella è finita proprio su una bella fetta di pane tostato, con una copiosa spalmata di burro e diciamolo, anche le scaglie di fondente.

È il caso di Patti Smith, che interpreta Impressioni di Settembre di Lucio Battisti, spaziando dalla musica alla poesia. Un’artista vera, regala uno dei momenti musicalmente più emozionanti. Al suo fianco i Marlene Kuntz, come una trascurabile interferenza, un lieve sfiato del termosifone. La sala stampa la premia, giustamente, come miglior rivisitazione. È anche il caso Noemi con Sarah Jane Morris. Mostrano tutta la loro arte, con grande eleganza e consapevolezza, in Amarsi un po’ e Fast car. E anche se dall’abbigliamento sembrava che i festeggiamenti di Halloween fossero ancora in piena attività, con un’esecuzione così si può anche chiudere gli occhi.

Per rimanere in tema jazz, Al Jarreau e i Matia Bazar si cimentano in una versione accattivante di Parla più piano, scritta da Nino Rota per Il Padrino. L’effetto finale è un po’ barocco, si cade nel tardo-rinascimento musicale quando qualche vocalizzo di troppo rischia di far scivolare tutto in una gara di finezze tecniche, ma è il rischio che si corre quando troppo talento si concentra sullo stesso palco. Grande arrangiamento di Uno dei tanti, eseguito alla chitarra da Brian May, chitarrista dei Queen, e interpretato con grande energia da Kelly Ellis, stella del musical britannico, e Irene Fornaciari che sembra molto più a suo agio che con la sua stessa canzone. Finita l’esecuzione, colta da una sincope emotiva, si abbandona a singulti di lacrimosa gioia.

Non sempre i duetti sembrano sposarsi alla perfezione, pur essendo entrambe le esecuzioni ineccepibili. Arisa e José Feliciano non sono proprio la coppia che avresti sempre voluto immaginare, ma singolarmente fanno faville. La voce di Arisa è sicura, raffinata, misurata. Sa quando e come spingere il pedale, e la sua versione di Che sarà è, se non proprio originale, un piacere per le orecchie. Noah, grandissima cantante che non conosce limiti di genere, regala straordinari momenti di musica napoletana con cui Eugenio Finardi sembra avere poco da spartire. Vestito da orco cattivo vicino alla fatata cantante israeliana, effetto “passavo di qui per caso, ma forse hai un microfono”, trasforma Torna a Surriento in un rock. Si poteva non scomodare la chitarra elettrica, ma l’esperimento è interessante.

Anche la versione hip-hop di Una vita spericolata di Dolcenera con il rapper inglese Professor Green è accattivante. Gli adepti di Vasco avranno già sconsacrato la giovane dalle temibili fauci, ma il risultato finale funziona. In altri casi, i riarrangiamenti si limitano a riproporre la canzone così com’era, puntando sulle interpretazioni. È il caso di Francesco Renga e Sergio Dalma con Il mondo, due voci che è sempre un piacere sentire. Il caso di Sky dei Morcheeba e Nina Zilli, che finisce con il sembrare una semplice imitazione di Mina, una tigrotta di Cremona. O di Emma e Gary Go: la loro versione de Il Paradiso può al massimo aspirare alle soglie del purgatorio.

Anema e core cantata dal giovane danese Mads Langer, dobbiamo dirlo, è un esperimento etnologico più che musicale. Il bravo cantante non va in fondo all’anima e cuore della musica napoletana, ma non fa neanche impallidire il pubblico come Shaggy. Il cui accoppiamento con Laura Civello sembra il risultato di una pesca di beneficenza. Lei che gorgheggia senza troppa convinzione Io che non vivo, lui che pensa sia opportuno farne una versione reggae. Surrogato di nutella su patatine fritte da freezer. Raccapricciante.

Ed è abbastanza agghiacciante, spiace dirlo, Samuele Bersani che si confronta con Romagna mia, che proprio la sua canzone non è salvo le origini regionali, mentre Goran Bregovic si limita, letteralmente, a sorridere e suonare il triangolo. Ma il momento che supera ogni possibile giudizio critico ce lo regala lei, la maschera azteca, la mordiroccia Loredana Bertè. Una delle sue migliori interpretazioni perché interpretare Almeno tu nell’universo in onore della sorella scomparsa sembra riportarla nei ranghi dello spartito. Peccato che l’entropia sonora derivi dagli attacchi colitici di Gigi D’Alessio al piano, e dai rantolii della pur brava Macy Gray in evidente stato d’alterazione psicofisica, che intervalla momenti di lucidità musicale ad altri in cui sembra lamentarsi dell’improvvisa puntura di un calabrone.

Alla fine della serata, quando la luna è alta in cielo e tutta la musica italiana dal medioevo ad oggi è stata passata in rassegna, è l’ora del ripescaggio di due dei quattro big eliminati. Morandi ha perso il dono della lingua italiana e vaga disorientato per il palco ripetendo i numeri del televoto. Come previsto, tornano in gara Gigi D’Alessio e Loredana Bertè, ad intimarci perentoriamente di Respirare quando l’unica immagine che richiamano alla mente è un senso di soffocamento, e Pierdavide Carone con Lucio Dalla, una seconda chance per un pezzo pregevole. Flessuosa come un’onda, direbbe il manzoniano Gianni, la pur cruenta gara fluttua verso la quarta serata, dove i brani in gara verranno proposti in versione riarrangiata. E quindi, al televoto l’ardua sentenza.