Aleksej è un ragazzo giovanissimo che si ritrova nelle file dell’esercito dell’Impero zarista impegnato in quella sporca e ingloriosa guerra che fu il primo conflitto mondiale, circondato e un po’ sbeffeggiato dai suoi commilitoni, tutti già uomini fatti. I nemici invece sono quelli di sempre, i tedeschi, ma l’impreparazione al gioco della guerra può tarpare le ali a tutti i desideri di gloria e al più fervente patriottismo.

Aleksandr Zolotuchin è il quarto virgulto della “factory” sokuroviana ad esordire con il suo lungometraggio sulla scena internazionale, e si può affermare senza tema di smentita che il suo è il caso in cui la mela è caduta più vicino all’albero. Non che ciò sia di per sé un male, ma il rischio che la scuola “Un esempio d’intonazione” del maestro russo si trasformasse in una produzione a catena di epigoni dell’autore di Madre e figlio era comunque alto, data la forza attrattiva del suo esempio figurativo e ideale. I primi tre esordi erano invece relativamente indipendenti, con Closeness di Kantemir Balagov a guidare finora il drappello in quanto ad esiti artistici. E Zolotuchin? Per quanto in questo suo primo film si ritrovino ben visibili il “liquido amniotico” e la texture di certi capolavori sokuroviani, sebbene qui le voci, le “intonazioni” rientrino saldamente nel campo semantico del suo mentore, il risultato finale risulta autentico, originale, diremmo potente come raramente si è visto non solo fra i debutti, ma in tutto il cinema russo dell’ultimo decennio.

Fino a che punto il talento di Zolotuchin sia del tutto originale e fino a che misura invece gli innegabili valori di questo A Russian Youth siano un portato degli insegnamenti del Maestro lo potremo capire solo dalle sue future prove; sta però di fatto che il testo filmico di cui egli firma la regia ha per lo meno due qualità eccelse: 1) il film è compatto e pregnante, privo di sbavature ed eccessi come forse raramente anche lo stesso Sokurov sa essere, pur ricordandone gesti, tessiture, cromatismi, procedimenti stilistici; 2) rappresenta un punto di rottura significativo nella rappresentazione della guerra nel cinema del suo paese.

Partiamo dalla seconda questione: negli ultimi venti anni i film dedicati agli eventi bellici maggiori della storia russa sono stati croce e delizia della cinematografia di quel paese, fino a diventare nell’ultimissimo periodo uno dei canali con cui convogliare funzionalmente l’interpretazione “corretta” della storia patria così come essa viene proposta dagli organi governativi: la santità della terra russa, l’odio senza compromessi da tributare a chiunque osi minacciarla (leggi: fondamentalmente i tedeschi nelle loro varie ipostasi), il patriottismo spiritual-religioso di cui devono necessariamente risplendere i protagonisti di tali pellicole ben si sposano con gli orientamenti ideologici di un paese che purtroppo ormai vive una sorta di agitazione pre-bellica perenne e che costringe le sue giovani generazioni a nutrire sentimenti di ammirazione per eroi militari e modelli di comportamento fortemente aggressivi (si veda anche il solo progetto “Junarmija” – Esercito della Gioventù, che costringe bambini in giovanissima età a un’educazione militare in difesa dei confini e delle tradizioni valoriali). Questo anche solo per dire che difficilmente ci immaginiamo l’uscita nelle sale della Federazione Russa di questo Giovane russo, uno dei pochi film nazionali in cui il finale vede i soldati russi prigionieri e sostanzialmente sconfitti e umiliati dall’acerrimo avversario teutonico.

Qui la guerra non è abbellita né idealizzata. Si va dunque contro ogni semplificazione mitologizzante del cinema sovietico, ma anche di gran parte della cinematografia bellica di tutte le latitudini: il sedicenne Aleksej che diventa cieco al primo vile attacco con i gas da parte dei tedeschi deve necessariamente venire a patti con il caos di valori, il capovolgimento umanitario e la delusione degli slanci patriottici che differenzia qualsiasi giovane volontario prima di conoscere le trincee e lo stesso ragazzo dopo il suo primo tremendo scontro con la realtà dei combattimenti.

Una considerazione a parte: è da tempo che ci auguriamo che un regista filosofico come Terrence Malick o anche solo il più nerboruto Christopher Nolan prenda il coraggio a due mani e si cimenti con una versione per lo schermo del capolavoro tolstojano I racconti di Sebastopoli, dove nell’arco temporale di tre racconti i protagonisti esperiscono una doccia fredda esistenziale e un bagno di sangue catastrofico che ridimensiona la loro brama di medaglie a un più terrestre e umano orrore delle pallottole e della propria vigliaccheria. Ebbene, alcuni personaggi minori del ciclo di Sebastopoli ricordano proprio quel misto di ingenuità, ignoranza della realtà della guerra e immersione improvvisa nella crudeltà dei combattimenti in cui è scaraventato il “giovane russo” di questo sorprendente esordio. Inoltre, anche se non ci fossero richiami visivi espliciti, guardando gli occhi accecati e spenti di Aleksej, il suo vigore giovanile lordato dal fango e dalla merda delle trincee, la mente vola involontariamente ad opere cardinali come Gallipoli di Peter Weir o anche al Dalton Trumbo di E Johnny prese il fucile

A differenza di altri recenti film russi, tematicamente o cronologicamente assimilabili a questo, A Russian Youth opera in direzioni universalizzanti niente affatto casuali: il procedimento tipicamente sokuroviano della sovrapposizione di statuti di realtà (si ricordi anche solo Francofonia) e lo sfondamento della parete fictionale operato attraverso la continua alternanza della narrazione filmica con le prove dell’orchestra che ne registra la colonna sonora (Rachmaninov), ci trasporta in un mondo extra-temporale che, per quanto riconducibile alla prima guerra mondiale, fa tesoro di alcune “imprecisioni” filologiche e di posture interpretative, persino di fisionomie che richiamano ben altri frangenti storici: con i volti e la mimica i militari russi richiamano gli eroi dell’Armata Rossa tipici di cinema sovietico dedicato al secondo conflitto mondiale, mentre gli elmetti tedeschi e le fughe nel bosco tenebroso al confine fra Polonia e Bielorussia fanno venire in mente i partigiani e i nazisti di un capolavoro come Idi i smotri (Va’ e vedi) di Elem Klimov. Il tutto però viene antifrasticamente declinato e condotto in direzione contraria rispetto alla prosopopea del cinema bellico “classico”, dialogando apertamente (come si è già rilevato) con certo antimilitarismo e pacifismo universale in salsa tolstojana: si veda la quasi insopportabile scena del giovane cieco frustato sulle mani da un borioso ufficiale, dopo che il poveretto gli ha involontariamente sporcato l’uniforme, condensazione esemplare e senza confini spazio-temporali della disumanità delle gerarchie militari.

Dato che lo si è citato, approfondiamo per un secondo il riferimento a Va’ e vedi: lì il ragazzino Fljora (che Aleksej in parte richiama per fisionomia e atteggiamenti) era ugualmente un volontario ingenuo, e ugualmente era costretto a conoscere sulla propria pelle la ferocia della guerra e la disumanità dei tedeschi (i nazisti che bruciavano i villaggi della Bielorussia), infine obbligato appunto a vedere con i propri occhi i livelli di abbrutimento cui la razza umana poteva abbassarsi; in un contesto dai numerosi richiami cromatici, meta-storici e di ambientazione il presente A Russian Youth sembra riallacciarsi a certe riflessioni del film di Klimov (che però era molto più diretto, e a suo modo manicheo e “ideologico”), spostandole lateralmente su un altro senso, l’udito. Reso simbolicamente cieco (metafora di certa gioventù condotta forzosamente a seguire falsi miti?) Aleksej acuirà l’udito per farsi orecchio di tutto il battaglione, in paziente auscultazione degli aerei nemici in arrivo. È come se Zolotuchin decostruisse il capolavoro klimoviano e certa tradizione di “chiara visione” unilaterale (reale e metaforica) del cinema di guerra e lo trasformasse in una sorta di Va’ e ascolta, un invito ad acuire altri sensi, altri canali di interpretazione della realtà. Ad ogni modo, quale che sia l’approccio sensitivo, lo sforzo di “osservazione e ascolto” non porterà comunque alla vittoria, alla difesa della sacralità territoriale e alla realizzazione dei sogni di gloria, e qui sta tutta l’eresia preziosamente inattuale del messaggio anti-patriottico di questa mirabile opera di settanta minuti scarsi.

Oltre che per intonazioni ed echi sonori, oltre che per il trattamento di volti e ambienti, dal punto di vista figurativo il film richiama anche l’opera di Sokurov soprattutto per i toni sgranati e verdastri già visti ad esempio in Faust, ottenuti attraverso una funzionale, variegata e sensibile elaborazione della pellicola che, pur non raggiungendo gli esiti pittorici di un Sokurov che modifica a mano i singoli fotogrammi, concorre ancora una volta a rarefare e proiettare l’episodio bellico al di là dei riferimenti cronologici precisi, virando fortemente il film verso i territori dell’apologo universale contro le mitologie della “bella guerra”. A conferma di una ricchezza visiva ostinatamente ricercata, fra i riferimenti iconografici confermati dallo stesso regista si ritrovano citazioni pittoriche della tradizione russa, quali i “peredvizhniki”, e in particolare l’iconico “I battellieri del Volga” di Il’ja Repin: l’immagine di dolore e sopraffazione del classico dell’Ottocento è qui aggiornato alla Grande Guerra sotto le sembianze di sofferenti soldati russi che trascinano nel fango cannoni e vettovaglie, e sono nel contempo avvolti in corde, sottomessi, “schiavizzati” dai vincitori tedeschi che li spingono quasi fossero buoi da tiro.

Riassumendo, viene da dire che, per le sue virtù estetiche e ideali, questo è un film da fare vedere presto, MOLTO PRESTO, almeno prima dei quindici anni d’età, a tutti i giovani che in Russia, ma anche nella nostra sconclusionata Italia e a tutte le latitudini, credono ancora che dulce et decorum est pro patria mori.