Romy (Nicole Kidman) e Jacob (Antonio Banderas) sono sposati da circa vent’anni, entrambi affermati nelle rispettive professioni, appaiono, insieme alle due figlie, una famiglia perfetta. Soprattutto Romy pare voler rasentare la perfezione, tanto da non apparire una “persona normale”: la donna infatti, insoddisfatta del rapporto fisico col marito, nasconde e reprime le sue fantasie. Quando incontra il giovane stagista Samuel (Harris Dickinson), tra i due si instaura una relazione clandestina basata sulla passione carnale e sul potere, interamente tra le mani del tirocinante.
Fin dall’inizio in Romy si manifesta un profondo senso di colpa, ma allo stesso tempo ciò che negli anni era stato latente si libera, ponendo la protagonista ad un bivio, in fondo tra moralità, razionalità quindi, e puro istinto, alla stregua degli animali, come suggerito da alcune sequenze. Il dualismo tra la superficie e il substrato, tra ciò che bene e ciò che è male, è al centro di questo dramma, che punta ad essere una sorta di manifesto femminista ma, purtroppo, non riesce nell’intento.

Nella debole sceneggiatura gli elementi accennati e non sviluppati sono troppi: robot, intelligenza artificiale, rapporto genitori-figli, matrimonio, chirurgia estetica, potere, etc.. Tanta (troppa) carne al fuoco dunque, ma manca una ricerca speculativa, un approfondimento che crei tensione, interesse. Questo stesso meccanismo si riflette nelle numerose scene erotiche, inserite con l’obiettivo di creare scalpore, ma effettivamente superflue ai fini della narrazione e, di conseguenza, solo volgari.

I personaggi rimangono statici e monodimensionali, neppure le ottime interpretazioni sono sufficienti a risollevare le sorti di una pellicola che non ha una direzione ben precisa. “Babygirl” infatti non emoziona, vorrebbe, ma non è, essere disturbante e non è neppure sconvolgente. Il finale, estremamente semplicistico, non avvalora nessun elemento precedentemente presentato nella trama, né tantomeno aggiunge spessore psicologico ai personaggi. Anche dal punto di vista audiovisivo non vi sono pregi particolari: la colonna sonora, così come la fotografia, è infatti piuttosto piatta. In conclusione, è un’opera che, molto probabilmente, non lascerà alcun segno nello spettatore.












