“Una Hermana (One Sister)” di Verena Kuri e Sofìa Brockenshire

Una ricerca disperata

Ultimo titolo della sezione Biennale College a vedere il buio delle sale alla Mostra, Una Hermana (One Sister) è opera delle giovani registe argentine Verena Kuri e Sofìa Brockenshire, quest’anno per la prima volta al Lido.

In una città di provincia dell’Argentina, Alma decide di mettersi sulle tracce della sorella Guadalupe che manca da casa da diverso tempo. Fungendo nel frattempo da madre putativa per il nipotino Mateo, Alma interpella amici e conoscenti per ottenere qualche indizio, finché un giorno una segnalazione conduce al ritrovamento della loro macchina di famiglia, carbonizzata dalle fiamme. Nel veicolo non è rinvenuto alcun corpo, il che spinge Alma a proseguire la sua indagine, considerata anche la lentezza con cui le forze dell’ordine se ne occupano. La ricerca darà i suoi frutti, ma la risposta non sarà quella che Alma si aspettava.

A onor del vero, più che sul legame tra Alma e Guadalupe e l’angoscia derivante dalla sua sparizione, il film si focalizza sugli attriti tra Alma e le istituzioni: sentiamo per esempio nominare svariate volte il nome del procuratore che dovrebbe occuparsi del caso, il quale però non incontrerà mai Alma di persona né risponderà alle sue chiamate. Al di là di questa ipotetica chiave di lettura – forse fin troppo generosa –, l’opera non offre alcuno spunto critico in quanto ignora i più basilari principi di costruzione narrativa: Una Hermana si configura come un unico tempo morto della durata di 68 minuti, in cui persino la protagonista, nonostante sia quasi sempre inquadrata, appare priva di consistenza.

Un tentativo in extremis di darle spessore sarà tentato solo verso la fine quando Alma, esasperata dai pochi progressi, pretenderà dal datore di lavoro di Guadalupe la paga di quest’ultima, proponendo per giunta di prenderne il posto. Si tratta di una cesura decisamente troppo netta tra la sorella preoccupata che avevamo conosciuto all’inizio e la distaccata calcolatrice dell’ultimo quarto d’ora.

Allo stesso modo sarebbe inopportuno parlare di “regia”, dal momento che la macchina da presa non ha un linguaggio proprio e non arricchisce l’impianto del lungometraggio: la variazione dei piani e dei campi risponde non a un fine comunicativo bensì semplicemente descrittivo, come se Kuri e Brockenshire avessero optato per un’inquadratura piuttosto che per un’altra in base a un criterio di chiarezza,  cosicché si potessero distinguere senza margine di errore l’ambiente e i personaggi.

Insomma, oltre a non reggere il confronto con titoli coevi dalle tematiche affini – tra cui ricordiamo Un monstruo de mil cabezas di Rodrigo Plà, presentato alla scorsa edizione del festival veneziano –, Una Hermana non sembra nemmeno avere una storia da raccontare.