Presentato in concorso al Montreal World Film Festival dove si è aggiudicato il premio per la miglior sceneggiatura, Isabelle mostra le medesime debolezze dei suoi predecessori. Per la terza volta Mirko Locatelli inscena un dramma – da lui stesso definito “borghese” – non privo di fascino ma incapace di reggersi sulle proprie gambe sul piano narrativo, che parla sottovoce fin quasi a rasentare l’afonia.

Ricercatrice universitaria di astronomia a Trieste, IsabelleAriane Ascaride – condivide col figlio JérômeRobinson Stévenin – un orribile segreto: aver causato la morte di una ragazza in un incidente d’auto. Nell’incidente è rimasto coinvolto anche il fratello della vittima, DavideSamuele Vessio –, che però è sopravvissuto e sta per essere dimesso. Benché le indagini si siano ormai arenate, Isabelle avvicina Davide col pretesto di aiutarlo negli studi per assicurarsi che non sospetti di nulla. Si instaura così un rapporto ambiguo, che non manca di indispettire Jérôme, appena arrivato dalla Francia per trascorrere con la madre le vacanze estive.

Isabelle di Mirko Locatelli

L’ultima volta che avevamo visto Ascaride e Stévenin insieme sul grande schermo era stato alla 74esima edizione della kermesse veneziana ne La casa sul mare (2017) di Robert Guédiguian, che oltre a figurare tra i produttori è col suo cinema un punto di riferimento che Locatelli adatta alla propria sensibilità. Lasciando da parte la questione sociale cara al marsigliese, ne recupera invece l’interesse per i temi del perdono e della conversione in senso laico, concentrando il suo sguardo sui luoghi della piccola umanità – la scena della balera è emblematica – o sui luoghi dove questa rimpicciolisce ulteriormente a confronto con la natura – i vigneti che circondano la villa di Isabelle –, teatro degli scambi di battute decisivi. C’è anche una certa verbosità che ci potrebbe ricordare Guédiguian, non fosse per il fatto che non possiede la stessa pregnanza.

Isabelle di Mirko LocatelliIsabelle è un film molto parlato eppure raramente la parola consegue lo scopo di rinsaldare il patto con lo spettatore: risulta anzi artificiosa creando una disarmonia rispetto alla recitazione degli interpreti, che vorrebbe essere il più asciutta possibile – il che però non impedisce di percepire l’abisso che separa l’esordiente Vessio dalla coppia di professionisti Ascaride/Stévenin. La parola non riesce a dare forma definita e credibile nemmeno alla protagonista, con dialoghi pretestuosi e tirati un po’ per i capelli atti a chiarirne la professione che però non è in alcun modo rilevante una volta che il legame tra questa e Davide si è instaurato. In corrispondenza dei punti in cui la sceneggiatura – firmata dallo stesso Locatelli e Giuditta Tarantelli, cosceneggiatrice sin da Il primo giorno d’inverno (2008) e fondatrice con il regista della società di produzione e distribuzione Strani Film – si trova a dover rendere ragione di uno sviluppo si trova la semplificazione di turno, con il personaggio non caratterizzato dell’assistente di Isabelle che sotto questo profilo costituisce una sorta passpartout per uscire dalle impasse.

Isabelle di Mirko LocatelliNon per questo si può dire che la scrittura di Isabelle sia ingenua: semmai, che la vicenda è sacrificata alla gamma di emozioni e sottintesi che Locatelli ha sempre eletto a oggetto (silente) di indagine dei suoi lungometraggi di finzione. Ritorna il discorso sul corpo come pervertitore e perturbante – il citato Il primo giorno d’inverno, pur se troppo stringato, ragionava con raro acume in merito –, come unico strumento per interfacciarsi col mondo, come meccanismo fragile. Come già ne I corpi estranei (2013), dove resisteva ed esisteva solo il rapporto tra padre (Filippo Timi, in una memorabile interpretazione cinematografica) e figlio, anche qui il rapporto tra Isabelle e Davide è descritto magistralmente a scapito di tutto il resto, che finisce sullo sfondo preda delle semplificazioni di cui parlavamo prima. Ed è un peccato, visto che Jérôme dovrebbe portare avanti un discorso sulla paternità che poi non viene approfondito.

Con Isabelle Locatelli continua a disegnare un percorso autoriale coerente sottraendosi a facili etichette, ma non sembra aver fatto tesoro delle critiche che sin dall’esordio nella ficiton gli erano state rivolte, approntando una messinscena opinabile e soluzioni che chiedono allo spettatore di chiudere un occhio senza riuscire a farsi perdonare.