Il vincitore dell’edizione di quest’anno del festival ceco è stato Blaga’s Lessons, nuovo lungometraggio del bulgaro Stefan Komandarev, che si porta a casa meritatamente anche il premio principale della Giuria Ecumenica e il riconoscimento per la migliore interpretazione femminile, andato all’anziana Eli Skorcheva, già star del cinema nazionale negli anni Ottanta, ma qui “riesumata” dopo molti anni di inattività per dar volto ad una Bulgaria che non sembra essere un “paese per vecchi”, sfruttati e turlupinati dal neo-capitalismo ipertruffaldino…

Se il premio alla Skorcheva ci sta tutto ed era prevedibile, si sarebbe forse potuta operare una migliore ridistribuzione dei non tantissimi riconoscimenti disponibili, privilegiando per la menzione principale qualche film meno “regolare” e più coraggioso della pur corretta esecuzione di Komandarev, che fa in sostanza un film di sceneggiatura e un po’ “ad effetto”…La Giuria, composta, fra gli altri, dall’attrice USA Patricia Clarkson e dalla produttrice tunisina Dora Bouchoucha, ha comunque così insindacabilmente deciso, e d’altronde accettiamo di buon grado, per esempio, il fatto che sia stata riconosciuta almeno in parte la ricchissima partecipazione iraniana all’edizione di quest’anno: il Premio Speciale della Giuria è andato infatti a Empty Nets di Behrooz Karamizade, opera ben impostata sulle aspirazioni alla libertà d’espressione e al lavoro dignitoso nell’Iran di oggi, ambientata in un contesto quasi neorealista di operai e pescatori alla ricerca di un riscatto. Tali tematiche (soprattutto quella della fuga clandestina dal paese, qui fondamentale) si sarebbero scontrate ovviamente con la censura governativa, e infatti questa coproduzione con la Germania è stata possibile solo perché Karamizade vive da decenni in Europa ed ha operato con l’aiuto di produttori europei. Un altro premio ad un iraniano “ibrido” è andato a Babak Jalali, nato sì in Iran, ma poi formatosi in Inghilterra: il suo Fremont è un buon film indie in bianco e nero sulla casualità degli incontri e degli amori della profonda provincia americana.

Hypnosis dello svedese Ernst De Geer si porta a casa due premi, quello dato dalla Giuria principale al protagonista Herbert Nordrum per la migliore interpretazione maschile, che un po’ ci sorprende, per un ruolo/personaggio buffo, ma non eccezionale, e un altro, dato dalla Giuria FIPRESCI, che ha riconosciuto invece come miglior film in assoluto proprio l’opera del regista di Stoccolma, dando poi anche un meritato premio al polacco Imago di Olga Chajdas, per quel che concerne l’altra sezione competitiva, Proxima (non abbiamo, purtroppo, visto quello che la Giuria più importante ha ritenuto essere il vincitore di questa sezione, il coreano Birth di Yo Ji-young). Ammettiamo che le scelte dell’associazione internazionale dei critici cinematografici ci trovano molto d’accordo: Hypnosis, senza darlo troppo a vedere, è uno spassoso cripto-pamphlet sulle manie corporative e sulla possibilità di recuperare e privilegiare i sentimenti a discapito delle follie aziendali e carrieriste, mentre “Imago” è una potente ricostruzione della scena punk polacca degli anni Ottanta, incentrata sull’affascinante Ela Góra, performer a metà fra Nick Cave e Diamanda Galas, qui interpretata in maniera convincente proprio dalla figlia dell’artista, Lena.

Purtroppo va a casa a mani vuote il contendente italiano, Marco Righi, che tornava al lungometraggio dopo una lunghissima pausa, e che ha avuto l’onore della prima mondiale in concorso, con il suo “Il vento soffia dove vuole”, che ondeggia fra la moralità bressoniana e la messinscena e gli ambienti di un Ermanno Olmi, convincendo, invero, solo a metà. I nostri beniamini personali hanno anch’essi avuto poca fortuna: parliamo del solido thriller canadese francofono Les chambres rouges di Pascal Plante e dell’unico documentario in concorso, il libanese Dancing on the Edge of a Volcano, cui è stata assegnata soltanto una Menzione Speciale: esso perlustra con buon piglio umanistico le difficoltà di una Beirut in costante affanno di sopravvivenza.

Per quel che concerne la parte più glamour, ricorderemo il Globo di Cristallo alla carriera a Russell Crowe, che ha donato al pubblico festivaliero anche una esibizione rock (ma forse ancor più scoppiettante è stato il miniconcerto organizzato direttamente in sala da Eugene Hutz dei Gogol Bordello dopo il documentario a lui dedicato, Scream of My Blood: A Gogol Bordello Story…), e la apprezzata presenza di Ewan McGregor o Alicia Vikander, mentre nel complesso alla nutrita squadra di film cechi, distribuiti nelle varie sezioni, era ben difficile dare più premi di quei pochi che sono riusciti a portare a casa, in quanto il cinema locale, purtroppo, sembra non essere ancora troppo a fuoco e mancare di sceneggiatori più asciutti ed esperti.

Infine, una lode particolare va all’italiano Lorenzo Esposito, membro dello staff festivaliero, lodevole curatore di una delle più belle retrospettive degli ultimi anni, quella dedicata al cinema iraniano indipendente, “Un’altra nascita. Il cinema iraniano qui e ora”, che ha schierato una decina di opere girate al di fuori del sistema produttivo ufficiale di Tehran, quando non direttamente in contrasto con il regime degli ayatollah (si veda ad esempio “Dream’s Gate”, sulle coraggiose guerrigliere curde dell’YPG).

Anche solo per questo valeva la pena essere presenti anche quest’anno nell’accogliente cittadina termale, che comunque si conferma un locum amoenus non solo per l’offerta turistica, ma soprattutto per un fruttuoso, aperto e partecipatissimo spirito di comunicazione e diffusione dell’arte cinematografica.