Di certo una scelta rischiosa, azzardata, insomma non facile, soprattutto se fatta per il primo lungometraggio, quella di portare sul grande schermo La Profezia dell’Armadillo, volume di una raccolta di storie del celebre artista Zerocalcare, uscita nel 2012 edita da BAO Publishing,

Il progetto di questa trasposizione – tratta dal volume forse più intimo, il più personale, perché a legare insieme i vari capitoli, storie illustrate a fumetti, è un lutto, quello della perdita di una cara amica, Camille – è nato circa 4 anni fa, come lo stesso Zerocalcare aveva illustrato in una tavola sul suo blog. Ci sono stati sviluppi e cambiamenti. E si è arrivati al film finito, diretto da Emanuele Scaringi, con Zero interpretato da Simone Liberati, mentre l’amico Secco da un perfetto Pietro Castellitto. Fare un film da un fumetto di grande successo, molto amato, fonte di ispirazione, svago, empatia e anche conforto, che narra con toni tragicomici, onesti e senza mezzi termini la società e la vita dell’autore, come dicevamo, è un’impresa che ha qualcosa di folle ed epico.

Certo ogni film deve essere letto indipendentemente dal romanzo, fumetto o genere letterario che sia. Il linguaggio cinematografico è diverso da quello della carta stampata. Possiamo parlarne fino a domani. Sta di fatto che le storie contenute ne La Profezia dell’Armadillo hanno acquistato con il tempo una forte personalità, sono diventate citazioni, sono icone di umorismo, società e politica per una o forse anche due generazioni. Scaringi, con all’attivo una serie di corti e documentari, si è trovato in mano un progetto complesso.

Il film si apre e si chiude con due sequenze di animazione con Zero e Secco come protagonisti. Nel mezzo c’è la storia del ventisettenne Zero, della sua Rebibbia e della leggenda del Mammuth, del suo lavoro precario all’aeroporto, dei fumetti, e dei manifesti per i concerti nei vari centri sociali; e poi ci sono le serate con Secco, le ripetizioni di francese, c’è il G8 di Genova che pulsa sempre, le serie TV, la madre fin troppo premurosa, … e poi c’è la sua coscienza, presenza ingombrante, saccente, pragmatica e chiacchierona, rappresentata da un armadillo. Le giornate scorrono tranquille tra un lavoro e l’altro, quando riceve la notizia dell’anno morte di Camille.

Francese, di qualche anno più grande di lui, conosciuta quando era un bambino, compagna di scorribande e di rivendicazione di diritti. Mentre Zero affronta il lutto e si destreggia nella sua quotidianità, iniziano una serie di flashback che raccontano la nascita dell’amicizia con Camille.

Scritto da Michele Rech (Zerocalcare), Valerio Mastandrea, Johnny Palomba e Oscar Glioti, con la collaborazione per il casting e scenografia dell’autore, risulta un film simpatico, con un tono che fa ridere chi non conosce il lavoro di Zerocalcare, ma non approfondisce i temi universali trattati nei fumetti.

Mentre i lettori resteranno ammutoliti prima di tutto davanti alla rappresentazione dell’Armadillo. Il regista ha detto che hanno provato in vari modi a raffigurarlo, animazione, CGI, poi hanno scelto di vestire un uomo con gommapiuma e materiale riciclabile. Il risultato è che Armadillo sembra uscito malconcio dalla melevisione.

E poi i lettori non uscirà convinti dalla sala. Perché? Non convince perché non è in grado di trasmettere emozioni oltre qualche risata per battute buffe.