Inquadrature statiche e luce naturale: in una camera umile e spoglia una giovane giace immobile a letto; riesce solo a guardare la ragazza seduta al suo capezzale, soffiando debolmente per chiederle di suonare una piccola ocarina. Una donna anziana, la madre, recita mesta il rosario finché un inquietante rumore di passi sulle scale annuncia il prete giunto a dare l’estrema unzione. La malata sta morendo, ma sua sorella Maria, testarda e tenace, caccia via Don Gesualdo e cerca sollievo all’angoscia nel vino di un’osteria. Le si avvicina presto un vecchio bevitore, Toni, che le narra una storia per lei molto interessante: si dice esista un luogo nascosto, tra le cime più impervie, dove per un momento, una volta all’anno, Dio si manifesta. Molti disperati si avventurano alla ricerca di quel posto leggendario, per chiedere del denaro, o la salute dei propri cari.
Si apre così “La Zima del Signor” (2024), affascinante prova registica del pedavenese Alessandro Padovani, proiettata nel corso della prima serata di FiatiCorti 2025, festival internazionale del cortometraggio promosso dal Comune di Istrana. L’opera, ambientata sulle Dolomiti bellunesi di inizio Novecento, si serve di un’accurata ricostruzione di ambienti e vestiario dell’epoca, in aggiunta a una recitazione integralmente in dialetto feltrino antico, per calare con estrema efficacia lo spettatore nell’atmosfera di quel luogo isolato dal resto del mondo, dove chi non fuggiva via in cerca di fortuna soffriva fame, solitudine, e un senso di abbandono schiacciante.
Il regista fissa però il suo sguardo sulla disperazione umana generata dall’impotenza di fronte alla morte per parlare inaspettatamente dell’importanza di sperare. Maria, la protagonista, sceglie infatti di credere con tutte le sue forze al racconto del vecchio Toni, unica flebile luce rimastale, forse miraggio, e lo elegge a sua guida, lanterna alla mano, in un viaggio alla ricerca del miracolo che faccia guarire la sorella. Per documentare questa epica scalata attraverso una natura maestosa e indifferente Padovani si affida a moduli di ripresa proprie del western, supportato da una colonna sonora fortemente suggestiva, in perfetta armonia con rumori ambientali evocativi e sinistri; questo particolare sound design, in commistione con fotografia e scrittura, immerge il film in un’atmosfera di realismo magico.
I due personaggi camminano e camminano, attraversando paesaggi sconfinati, notte e giorno, sagome scure e silenziose fianco a fianco su “fondali” sempre nuovi. Per tutta la durata del viaggio Toni si dichiara scettico, professa il suo disprezzo verso un Dio che “se ne frega”, rifiutandosi di invocarlo a gran voce come invece la ragazza non esita a fare. Il vecchio ha perso la figlia; lo confessa a Maria, e per un breve tenero istante pare ritrovarla in lei; ma ciò che accomuna profondamente i due è la necessità di credere, per poter andare avanti, e il miracolo in cui crede Toni necessita di un sacrificio.
Il regista dissemina indizi sull’ inaspettato epilogo in ciò che riprende e nel come lo riprende, giustapponendo primi piani, alternandoli a volte a dettagli, altre volte sfumando i volti in dissolvenza su piani lunghi, per suggerire corrispondenze tra la montagna e l’umano, tra l’umano e l’animale, tra l’animale e il divino addirittura. Quando la meta pare raggiunta tutto infatti si ribalta d’improvviso, nel bel mezzo di una bufera di neve, in cui Dio tragicamente non si vede, o forse sì? Un piccolo fringuello delle nevi appare dal nulla nel bianco, impedendo che un atto terribile si compia; sosta poi per un po’ lì vicino, per volare via quando Maria soffia dentro l’ocarina tanto cara alla sorella, in un finale che seppure ambiguo comunica un grande senso di accettazione: a volte il miracolo che accade non è quello che cercavamo.





















