Al suo ritorno al Lido dopo la tutto sommato riuscita sortita nella categoria Orizzonti con In between dying nel 2020, Hilal Baydarov, stavolta lontano dalle sezioni competitive, porta sugli schermi veneziani il terzo dei suoi sermoni, concludendo così una trilogia sperimentale che tenta di conciliare scavo esistenziale e ricercatezza visiva: dopo pesci e uccelli, è la volta del vuoto.

Sospesa a metà fra parabola escatologica e installazione videoartistica, Sermon to the void è forse l’opera più misteriosa dell’intera edizione. È votata alla ricerca di uno stile visuale unico che non teme certo di sconfinare in un allegorismo costante ed è animata da un afflato sperimentale, radicale, smanioso di andare oltre i limiti della rappresentazione convenzionale. Autoreferenziale o ermetica a seconda dei punti di vista, la terza e ultima preghiera di Baydarov è rivolta al nulla, incarnato per certi versi dall’idea dell’Abisso, continuamente evocato in una varietà di nomi e forme inerenti ora alla tradizione orientale, ora a quella occidentale, e si pone di affrontare la questione dell’invisibile andandoci contro d’impeto.

Dei paesaggi montani azeri è rimasta solo la silhouette ormai, tutto il resto è deserto. Un deserto cremisi, ottenuto con un lavoro in post-produzione di estrema saturazione digitale del girato che il montaggio trasforma in un’esperienza visiva dal fervore onirico, in gran parte tricromaticamente concepita: figure nere si stagliano su ambienti rossi, mentre a esprimere tutto ciò che ancora umano c’è il giallo, evocato apertamente come fosse un progetto, dall’incessante monologo introspettivo che guida erraticamente lo spettatore. Il soliloquio è un parto della voce di Huseyn Nasirov, la proiezione del regista stesso che ne ha fatto un riferimento fisso di quasi tutto il suo corpus artistico, così come Orkhan Iskandarli. Talvolta la voce, analogamente a India song, si sovrappone alle meditazioni di Shah Ismail, protagonista del viaggio assieme al suo doppio, quasi possedendolo, parlandolo. In un mondo che non esiste più o che forse post-esiste, l’omonimo dell’antico scià attraversa il deserto come Gesù o Zarathustra, alla ricerca dell’Acqua della Vita (fonte di perpetuo nutrimento del cosmo e portale d’accesso all’elevazione spirituale).

Se il percorso che Baydarov intende seguire ha il suo punto di partenza nella componente deformante delle peregrinazioni del suo mentore e produttore Carlos Reygadas (vedasi Post tenebras lux), non si può certo dire lo stesso del punto d’arrivo. Portando sino alle più estreme conseguenze la frammentazione dell’immagine come veicolo di significato, l’ultima fatica dell’autore bakiano sposa un regime di senso integralmente simbolico, abbandonando il piano dei segni nel primo dei quattro movimenti (“vita”, “esistenza”, “essenza”, “assenza”) che compongono la nekyia sui generis che conduce verso il vuoto.

E per quanto lontano in molti altri aspetti, la tensione artigianale che pervade ogni frame di Sermon to the void si riscontra soltanto ne La montagna sacra di Jodorowsky. In entrambi i film, separati da più di mezzo secolo, la manipolazione di colore e inquadratura è atta ad articolare un sistema di validazione interno, ma nell’idea di Baydarov l’intento è portare lo sguardo dello spettatore verso l’ignoto. O meglio, di creare, a partire da un immaginario originale, una sorta di mistica, un’esperienza sensoriale che è viaggio interiore verso una profondità metafisica e avventura verso un terreno rappresentazionale inedito. Tanto è presente quest’aspetto che la pudica evocazione della Verità – una verità filosofica – trova il suo contraltare in una parallela inchiesta sul ruolo dell’arte: l’apoftegma «abbiamo l’arte per non morire di troppa verità», a echeggiare il celebre frammento nicciano, risuona tre volte come una supplica.

Il “senso della vita”, con spregio del senso del ridicolo e nessun timore di eventuali sberleffi, è l’oggetto ultimo dell’indagine del film, il più intimo e al contempo universale dei tre sermoni. La trilogia doveva intitolarsi War tales, ma della guerra non è rimasto nulla in Sermon to the void; non c’è nemmeno l’ombra della distruzione, è tutto passato e financo dimenticato. Lo scenario è uscito fuori direttamente dal Libro della Rivelazione, che si adegua alla necessità di portare il criterio raffigurativo oltre ogni struttura articolata. È un viaggio in un deserto dello spirito ma anche alla fine di una landa desolata, come testimoniano le vestigia di un impianto estrattivo che si muovono ancora, – d’inerzia? –, come altalene al vento. Il vuoto è allora mancanza di senso e Baydarov fa il possibile per ricalibrare le coordinate linguistiche attraverso la chiave cromatica, concedendosi inoltre il lusso di interpolare il flusso delle immagini con istantanee ecfrastiche: ognuna di esse però è un quadretto destinato a perdersi nello scorrimento circolare.

Lontano tanto dall’approccio umanistico dei primi lavori familiari quanto dal didascalismo assertivo della prima incursione nella finzione, il capitolo conclusivo del trittico “bellico” conserva le sconfinate ambizioni e la tensione verso l’argomento puramente filosofico tipiche del primissimo Baydarov, poi asciugatosi. O quantomeno i film più maturi hanno visto ridotta la propria portata concettuale, cioè il discorso tracciato tende a ridursi in ampiezza e accrescere in profondità. È anche il caso di Sermon to the void, sulla cui côté personale tuttavia ha senso tornare; senza mettere in dubbio il carattere eminentemente intimistico del film, va chiarito che “personale” ha una sfumatura semantica originale nel contesto del percorso baydaroviano.

Il suo cinema, quantunque ipnotico o mai così oscuro prima d’ora, ha sempre risentito di un rigido baluardo teoretico, ispirato dichiaratamente al lavoro di Tarkovskij e Paradžanov, eppure il vero nume tutelare è non può non essere riconosciuto in Béla Tarr, la cui fedeltà alla contemplatività dello sguardo ne ha forgiato lo strumentario creativo. Al di là del saggio in versi liberi che Hilal Baydarov riesce infine a comporre, esplorando e a volte cozzando con i limiti del mezzo e le estremità della sua visione intellettuale, la vera anima di Sermon to the void è proprio questo risvolto, appunto, personale: si tratta dell’inizio di un percorso che lo sta portando a elaborare uno stile autenticamente individuale, prosecuzione e non più solo adesione. Insomma, una lingua sua. Alla fine gli allievi più brillanti sono sempre quelli che tradiscono i maestri.