Al ritorno alla regia dopo un insolito iato di sette anni (mai ne erano passati più di tre tra un film e l’altro), Gus Van Sant da qualche tempo semplifica la redazione di paragrafi introduttivi come quello state leggendo a chi li scrive, avendo ormai sposato, dopo eclettiche peregrinazioni che hanno scandito periodi queer, hollywoodiani, contemplativi e indie, uno stile più accessibile dallo sguardo sempre rivolto al presente. Storie vere o curvate sui grandi temi del nostro tempo, tratte dalla cronaca, volte a suscitare in maniera spesso didascalica una riflessione sulla contemporaneità. E non v’è nemmeno necessità di specificare che a colpire l’autore è stato l’affaire Mangione, portandolo a disseppellire un episodio degli anni ’70 che potrebbe assomigliare a un precedente.

Febbraio 1997, Indianapolis. Tony Kiritsis – col volto di Bill Skarsgård –, all’apparenza un banale uomo sulla quarantina di modesta estrazione sociale, si reca nella sede della Meridian Mortgage Company armato di un pittoresco congegno attaccato a un fucile calibro 12 e ivi sequestra, in mancanza del presidente – Al Pacino –, il figlio del de cuius – Dacre Montgomery – per poi rinchiudersi nella sua abitazione, opportunatamente minata, tenendolo in ostaggio. Kiritsis denuncia di essere stato truffato dalla banca e pretende cinque milioni di dollari come risarcimento, immunità per le sue azioni e soprattutto pubbliche scuse. Inizia così un grande show.

Tracciare le circonvoluzioni della traiettoria autoriale di Van Sant e collocarvi ciascuna opera è operazione ardua ma in questo caso è lo stesso regista a tornare sui suoi passi. È impossibile non rivedere in Dead man’s wire gli echi di Promised land, di cui ritornano l’interesse per le storture della cosiddetta “America profonda”, per la macchina del capitale che massacra la provincia (e non solo). Manca tuttavia il conflitto di coscienza nel tessuto narrativo, i cui personaggi si rivelano monodimensionali, financo macchiettistici, ideali burattini di un film a tesi volto a esplorare cosa succede all’animo del cittadino statunitense medio quando il sistema di cui è ingranaggio anonimo esige la sua carne per il sacrificio rituale. Essenzialmente accade che alcuni, quando si accorgono di essere la parte perdente, ovvero di rappresentare la quota del polli al tavolo da gioco, quel tavolo lo ribaltano.

La giustizia fai-da-te riscontra sempre un certo gradimento in un paese dove l’inflazionato assioma weberiano del monopolio legittimo della violenza è bucherellato da cotante deroghe ed esenzioni, eppure GVS mantiene una postura neutra nei confronti dello spettacolo orchestrato assieme ad Austin Kolodney. A nessuna delle allegorette deambulanti viene risparmiata una quota di sano dileggio ma al contempo la redenzione è alla portata di ciascuno, tranne forse per il M.L. Hall di Pacino, ormai conglobato all’interno della macchina al punto da rifiutare di ammettere le responsabilità della compagnia persino di fronte alla probabile esecuzione del figlio. Il film non trasuda nemmeno troppa simpatia per il povero e frodato Tony di Skarsgård Jr. #3, quello specializzato nell’interpretazione dei disadattati, impegnato come al solito a esibire il consolidato repertorio di smorfiucce per farci capire quanto sa essere pazzerello.

Eppure nel suo regolare sviluppo Dead man’s wire deraglia dai binari prestabiliti, non si assesta mai né sui codici del thriller né su quelli della commedia, né tantomeno si stabilizza su una via di mezzo, faticando a trovare una direzione e sfociando talvolta nel trash. Del resto l’impressione è proprio che l’approccio democristiano di Van Sant finisca smembrato dalla sua stessa pretesa di equidistanza, e il suo diciottesimo lungometraggio serpeggi verso zone meno ambigue rispetto a quanto preventivato. L’applauso esploso alla fine dell’anteprima stampa nel momento in cui, durante i titoli di coda, viene chiarito che la compagnia è fallita in seguito alle sconsiderate azioni del protagonista, riassume efficacemente tale sensazione. L’atmosfera seriosa (anche se non sempre seria) del film stona con la dimensione divertita in cui, suo malgrado, accoglie il pubblico.

Lo show di Kiritsis è uno shitshow (di fatto la catchphrase del film) per tutti gli altri, trascinati in un vortice di follia dove non è mai chiaro dove inizi il danno economico e dove finisca l’umilizione, o quanto il narcisismo del protagonista ne soppianti le rivendicazioni. Parallelamente alla drammatizzazione del caso storico con finestra sul tema sociale, infatti, Dead man’s wire pone in essere una riflessione sulla malia delle immagini stesse, concedendosi di imitare la consistenza granulosa delle riprese televisive anni ’70 e ad alternare le modalità di ripresa: di volta in volta fanno capolino gli zoom tipici del giornalismo in presa diretta, con e senza il sostegno di un’effettiva imitazione dei mezzi, o più di rado alcuni filmati di repertorio. Sedotto dal suo stesso riflesso come Narciso, Kiritsis si abbandona all’ebbrezza della celebrità, ma il burattinaio sceglie di non sondare oltre il tema del furor di popolo, o in generale la verticalità del conflitto, affrescando un paesaggio sovrapposto all’attualità senza davvero comprendere in un’istantanea qual è la forma della crisi che aleggia sugli Stati Uniti.

Il risultato finale è un’opera sfilacciata, che si accontenta di mettere sul tavolo tutti gli ingrendienti senza degnarsi di illustrare la ricetta; dei tanti vettori percorribili nessuno viene infine designato per rappresentare il nerbo di una struttura sin dall’inizio troppo esile. Non che manchino dei momenti ficcanti sparsi nel gorgo narrativo, che ospita piccole finestre luminose sul ruolo del racconto nell’edificazione della propria storia personale, ma non è abbastanza per levarsi dalla lingua il gusto di un film pigro: poco ispirato e incerto. E nella particolare attenzione riservata ai media tradizionali (la giornalista e il conduttore radiofonico), cui il goffo rapitore si rivolge perché ancora li considera l’antipotere e che Gus Van Sant vorrebbe invece rappresentare come parte integrante del problema, è più facile rivedere, imputati alla responsabilità altrui, le stesse idiosincrasie dello sguardo registico, che non si degna mai di penetrare l’oggetto della sua analisi. La riflessione sarà certo corretta, ma troppo banale per meritare genuina considerazione. Due più due fa quattro ma la domanda era un’altra.