Ebbene sì, è finalmente uscito l’ultimo film di Harmony Korine, ma non è The trap. Dopo una serie di problematiche sorte in fase di produzione e distribuzione, il progetto sembra essere stato definitivamente cancellato, ma tutto ciò non ha impedito al regista-icona di presentarsi al SXSW di Austin con The beach bum, una variazione abbastanza pronunciata rispetto alla sua consueta poetica.

L’eponimo “beach bum” è Moondog/Matthew McConaughey, poeta dedito all’edonismo in ogni sua forma, droghe, alcol, libertà sessuale, senza nessun limite autoimposto che sperimenta il classico blocco dello scrittore e deve fare i conti con la morte della moglie, milionaria, che gli lasciato in eredità ogni cosa a patto di riuscire a pubblicare il suo ultimo lavoro, al momento in stallo. L’evasione rocambolesca dalla riabilitazione è il primo passo per confrontarsi con il primo bivio della sua vita: forzarsi a ultimare il libro pur sentendolo incompleto e commerciale e incassare o non rinunciare alla purezza del proprio stile di vita e arrangiarsi nel frattempo?

The beach bum è un film particolare che unisce una struttura di fondo ricavata dalla parodia dello scheletro della consueta commedia americana a una riflessione più marcata sullo stile e sull’estetica stesse del cinema di Korine. La sua ultima opera è una dichiarazione d’intenti incentrata su come affrontare la vita nella sua visione del mondo, nonostante le contraddizioni. È anche una – ormai ordinaria – ode alla libertà: Moondog è sposato ma il matrimonio è vissuto a distanza e con reciproche infedeltà, beve fino al coma etilico, fa tutto quello che sente di fare – incluso distruggere la propria casa, se lo avverte come autentico – ed evita le conseguenze, “barboneggiando” (che poi è il significato letterale di “beach bum”) sulle spiagge delle Keys, già ambientazione di Spring Breakers.

Quest’ultimo lavoro koriniano non è certo una satira sulla MTV generation e sulla vacuità di un’arte integralmente sottomessa al capitalismo, e si prende maggiormente sul serio, operando più di sottrazione, togliendo via via tutti i confini e le limitazioni alla vita di Moondog. La camera a spalla è il mezzo privilegiato per una regia che, seguendo un po’ l’esempio di The wolf of Wall Street, cerca di ricondurre tutte le sfaccettature interne al filmico allo spirito del protagonista, delineando, in questo caso, un’ideale affinità tra la dissolutezza di Moondog e la lisergia dello stile visivo, e segue linearmente una storia del tipo “coming-of-age”, a partire dalla consueta architettura più o meno tripartita con un deuteragonista funzionale (un vero e proprio “carattere”) per ciascuna della sezioni – l’amante Lingerie (Snoop Dogg che interpreta se stesso), l’agente letterario bisognoso d’affetto con la faccia Jonah Hill, lo sballatissimo criminale interpretato da Zac Efron.

Non è che The beach bum non abbia rinunciato alla vacuità, perché la mette in mostra trascinando dentro lo spettatore affinché possa trovarci un senso, una coerenza intrinseca anche quando sembra mancare, perché il film di ambizioni ne ha e mette in mostra una propria carica violenta di intensità, di fattività. Emerge però, nel momento in cui si cerca questa forza di fondo, una pochezza culturale troppo rilevante. Moondog è un uomo che ha rinunciato alla cultura così come è abitualmente intesa, si rifugia in una passiva accettazione del proprio destino che ribalta quelle velleità da cultista di Bacco del terzo millennio. Come già notato, per esempio, nell’altro film indie Senza lasciare traccia, questa assoluta ricerca della libertà pura – che non esiste – tradisce povertà di pensiero, che scaturisce in modo sostanziale dalla rigidità di una società americana sempre allineata alla retorica del “Faber est suae quisque fortunae”.

Ecco che quindi una rielaborazione seria in questo senso scivola facilmente in una controretorica scarsa e ingenua, e The beach bum finisce per assomigliare, nonostante più di uno spunto o una gag riuscita, a una parodia de Il grande Lebowski sulla falsariga di un “grande Bukowski”, inteso come lo scrittore per analfabeti che fa della quotidianità una storia avvincente cosicché il lettore possa sentirsi speciale e unico. Korine qui prova ad aumentare i giri del motore senza avere le risorse per farlo, la sua dimensione è un gradino più in basso, purtroppo. The beach bum non è in grado di interrogare il regno della sospensione della morale e si perde, si gioca tutto sul definire per via negationis un nucleo portante e sincero dietro al superficie di lucine e canzonette “mentre fuori c’è la morte”, perché una volta grattata via la scorza, ancora una volta, anche sotto c’è poca roba.