Da un lato, cinema e sport non vanno d’accordo. Al di fuori di vuote marchette celebrative, spot lunghi un’ora e mezza e camei evitabili (Vinnie Jones perdonaci) non ci sono stati contatti degni di nota tra la settima arte e il mondo dell’agonismo. Le uniche pregevoli eccezioni sono quelle pellicole inserite in un contesto sportivo che però parlano di persone, e non di sport (Il Maledetto United, Ogni maledetta domenica) o quei documentari capaci di raccontare i fenomeni che a questa realtà si legano inscindibilmente (Maradona di Kusturica, per esempio).

Dall’altro, se c’è uno refrain in questi ultimi cinque anni del festival veneziano, questo è quello della nuova scuola napoletana. Con alti e bassi in un marasma di esiti incerti, ogni Mostra del Cinema di Venezia ha avuto il suo piccolo manipolo di film campani da pubblicizzare come meglio è stato ritenuto opportuno, codificando una sorta di appuntamento fisso.

Un giorno all’improvviso unisce questi due tratti, ponendosi come il solito film di denuncia sociale sulla difficile realtà napoletana da un punto di vista tutto sommato inedito, però, quello dello sport, come accennato. Siamo in Italia, quindi lo sport essenzialmente significa calcio, e proprio a calcio gioca il diciassettenne Antonio, promettente terzino che divide le sue giornate tra gli allenamenti, il lavoro nei campi di limone in aiuto alla madre e la mansione di benzinaio part-time, dopo aver lasciato la scuola. Costretto inoltre a arruffianarsi l’assistente sociale per evitare di essere separato dalla madre Miriam (malata di mente e ossessionata dall’idea di ricostruire una famiglia con il padre scappato via), intravede un’opportunità per ricominciare da capo quando gli si presenta la possibilità di entrare nella primavera del Parma Calcio.

Lungi dall’essere una banale storiella retorica sull’inseguire i proprio sogni e sul tendere come massimo riconoscimento all’introduzione nella società dello spettacolo, Un giorno all’improvviso è un film semplice e lineare, come furono tanti analoghi film corregionali prima di esso – e tanti altri ne seguiranno. La sua potenza sta nel trasportare lo spettatore in una realtà così povera che se non fosse per l’iconico dialetto potremmo pensare appartenere alla realtà di una qualche periferia sudamericana dove i ragazzini giocano per le strade a piedi nudi sognando la grande occasione per fuggire dalla miseria in cui sono cresciuti. L’ambientazione del film di d’Emilio è un limbo, una sorta di dimensione senza tempo dove le giornate si ripetono sempre uguali secondo un copione già scritto, dal momento presente fino a quella della morte di ognuno degli abitanti. Ad Antonio si presenta l’occasione per fuggire da tutto questo grazie al sogno d’infanzia di ogni ragazzo della sua età con gli stessi interessi, ma “un giorno all’improvviso” la vita decide comunque di rivoltarglisi contro.

Un ritratto pessimistico dove tutto prima o poi muore, dove le vie per la salvezza fanno il giro e riportano lì dove aprivano il primo flebile spiraglio di luce, Un giorno all’improvviso è questo, cioè un film alla fin fine crudo, duro da digerire che ci ribadisce in un modo diverso fatti che già conosciamo, ma che l’elemento puerile del mondo del calcio e dei calciatori (a cui viene mossa anche una silenziosa critica per quanto riguarda l’aspetto economico-industriale) permette di raccontare con uno sguardo quasi melodrammatico. La messa in scena conserva tutti gli stereotipi del caso, come la grande attenzione all’aspetto interpretativo (la regia consiste sostanzialmente in un’alternarsi aritmetico di primi piani insistiti e brevi piani-sequenza a camera a spalla molto serrati), alla dilatazione dell’aspetto narrativo e al martellare sul dialetto, particolareggiando il microcosmo che si crea in tali situazioni, o ancora alla ripetitività radicale che esprime la denuncia sociale. Niente di nuovo nell’aspetto tecnico ma almeno uno sguardo che prova a esser inedito c’è, e questo non rimane strettamente avvinghiato alla sceneggiatura ma va di pari passo con la messa in scena del film , altrimenti sì, davvero scontata, salvando Un giorno all’improvviso dalla mediocrità, assieme alla buona prestazione di Anna Foglietta, qui davvero a suo agio in un ruolo il cui linguaggio non le appartiene, da brava romanaccia.