Horace Goodspeed (Ricerca Febbrile, 4×11) sta tagliando un albero.
Mentre assesta dei colpi decisi al tronco, sopraggiunge John Locke. Hanno una breve conversazione.
Horace continua a dare colpi d’accetta, l’albero cade. Quando John Locke si congeda, con un breve colpo d’occhio, rivediamo lo stesso albero, ben piantato, per nulla scalfito dall’acciaio e il matematico del Dharma Project che, ruotando vigorosamente il busto, è pronto a dare il primo fendente nel legno.
Anche Lost ha il suo Sisifo: si chiama Horace Goodspeed (la giusta velocità? quale? forse quella del ritmo della vana operosità?), matematico nel Dharma Project.
Lavorava all’equazione di Valenzetti, alla stringa numerica da ripetere all’infinito e da inserire meccanicamente ogni 108 minuti nei computer delle stazioni sull’isola.
Tocca a lui dare a John la mappa per trovare la cascina di Jakob, (l’entità che abita l’isola) e scoprire quale mossa bisogna fare.
Lost ci ha abituato alle citazioni raffinate dei grandi classici della cultura.
Benjamin Linus che legge Dostoevskij, l’intera avventura come una moderna Odissea, la dialettica tra spiaggia e montagna (la spiaggia luogo sicuro, le spelonche nella giungla piene di insidie) vicina a quella che articola i canti di Ulisse e i Ciclopi.
Ogni attento conoscitore dei misteri dell’isola ha potuto riconoscere in questa labirintica serie, un vago sapore delle grandi epiche e delle immortali letterature.
A questa nebulosa di commento che affianca una narrazione così stratificata e complessa, a questo continuo discettare di teorie che costruirebbero gli assi portanti della narrazione, possiamo senza dubbio aggiungere quella del Sisifo noto alla mitologia greca:
Sisifo era considerato il mortale più furbo e senza scrupoli.
Per aver ingannato e denunciato gli Dei (vide Zeus rapire Egina, la figlia del fiume Asopo e rivelò il nome del rapitore dopo aver ottenuto una fonte d’acqua sicura per la sua città), fu condannato a salire una rupe spingendo un enorme masso che, arrivato sulla sommità, rotolava indietro costringendolo a ricominciare ogni volta la sua fatica. Una seconda versione del mito, invece, prevede Zeus che manda Tanatos (la morte) a catturare Sisifo, ma Sisifo inganna la morte e la lega in catene. Finchè Tanatos fu incatenato non ci furono più morti.
Per qualcuno Tanatos è veramente incatenato, qualcuno di immortale sembra esserci (il suo nome è Richard Alpert: vede John Locke da bambino, Benjamin Linus da ragazzino, recluta Juliet Burke, la biologa, con sempre la stessa inquietantissima faccia. I sessant’anni trascorsi tra la prima e l’ultima azione non gli hanno mosso un muscolo).
Una variazione del mito di Sisifo ci accoglie, allora, nell’episodio Ricerca Febbrile (4×11), e ci fa pensare a come, spesso, siano stati lanciati nel corso delle stagioni dei momenti in cui, non solo i superstiti del volo Oceanic 815, ma anche chi sull’isola già ci viveva, si comportava senza volerlo con la dannazione delle azioni “a ciclo continuo”.
Nella prima stagione, la vanità delle azioni, lo sbriciolarsi della produttività può essere rappresentato dalla laboriosa costruzione della zattera, a cui poi Walt dà fuoco.
La velleità della ripetizione, caduca ma indispensabile, esce con forza nella seconda stagione in cui sia Desmond David Hume sia John Locke si comportano come novelli Sisifo, rimanendo ancorati al compito del “premere il pulsante Execute”.
A questo proposito, sembrerebbe che il vezzo degli sceneggiatori abbia giocato un triplice scherzo: John Locke e David Hume sono i nomi dei due filosofi che tra Seicento e Settecento, operarono nella corrente dell’empirismo.
Proprio a loro viene infusa questa strana credenza in un’azione a cui sembra (per un certo periodo) non corrispondere nessuna azione uguale e contraria (che violerebbe la legge di Newton).
Sembrano non essere turbati dalla meccanicità e dalla rigidità con cui debbono inserire la stringa di Valenzetti. Potrebbero essere i due Sisifo felici, come veniva inteso l’umano greco dal grande Albert Camus nel 1942.
Che tutti i tentativi di fuga (nave, elicottero, barca a vela, sommergibile) siano da leggere come una sfida agli dei? E che, precipitati nell’isola, gli abitanti siano risucchiati nel vortice dell’eterno ritorno? (La circolarità dei miti greci è ben nota, non è Sisifo l’unico condannato a dover fare sempre la stessa cosa).
Anche la frammentazione del tempo fa presupporre una ineluttabile predisposizione alla reiterazione, una coazione a ripetere figlia del mito greco.
La catena con cui tutti i personaggi prima o poi sono tra loro legati (Jack e Claire sono fratellastri, Jack conosce Desmond prima dell’isola, Desmond conosce Faraday – e qui le cose si complicano – Sawyer conosce il padre di Jack, e così via in un effetto domino sorprendente) e l’eterna giovinezza di alcuni di loro sembra andare in questa direzione.
I personaggi ritrovano sempre il proprio fardello ai piedi della montagna, ma come diceva Camus, per alcuni di loro basta la lotta verso la cima a riempire il cuore.
Che il “we have to go back” – “Dobbiamo tornare, Kate” – pronunciato da Jack, sia il masso di Sisifo?







