Contrariamente ai pregiudizi che lo vorrebbero irrimediabilmente orbato dei propri maestri e perciò arroccato su modalità di sguardo ormai desuete, Komedie Elahi (Divine Comedy) di Ali Asgari riconferma la vitalità e varietà del cinema iraniano contemporaneo, che qui a Venezia sembra aver trovato un porto sicuro, da cui i frequentatori del Lido possono godere di uno sguardo genuino sul Paese. In Orizzonti.

Completata la postproduzione del suo ultimo lungometraggio, Bahram (Bahram Ark) non può tuttavia proiettarlo al cinema in quanto girato interamente in lingua turca, e quindi non conforme ai criteri del Ministero della Cultura. Con l’aiuto della sua ragazza e produttrice Sadaf (Faezeh Rad), riesce però a entrare in contatto con un influencer di sua conoscenza (Hossein Soleimani) e a convincerlo a organizzare la prima nella sala di sua proprietà a una condizione: un ruolo nel prossimo film di Bahram. Film che il povero regista è costretto a inventarsi su due piedi, e che a sua detta sarebbe un libero adattamento del Purgatorio dantesco. Peccato solo che Bahram non abbia fatto i conti con le autorità, prontamente venute a conoscenza di questa prima clandestina…

Divertissement intellettuale che riunisce al suo interno sostanzialmente l’intera scena indipendente iraniana, la sceneggiatura di Divine Comedy porta la firma di Alireza Khatami – che si aggiudicò il Leone proprio della sezione Orizzonti a Venezia74 con Los Versos del Olvido (2017) – e Ali Asgari – anche lui battezzato nella stessa edizione del festival veneziano con Napadid shodan e poi vincitore a Berlino con La bambina segreta (2022) – insieme a Bahram Ark e Bahman Ark, duo autore del corto pluripremiato Animal (2017) e del più recente lungometraggio Skin (2020).

Il risultato è un film la cui natura metacinematografica si esplica in un umorismo arguto, dove le peripezie dei personaggi sullo schermo sono verosimilmente le medesime che i loro alter ego al di qua dello stesso hanno dovuto affrontare nelle rispettive carriere. Bahram e Bahman interpretano se stessi con grande autoironia, attribuendosi dicotomicamente l’uno una assoluta intransigenza autoriale – nella figura del Bahram-personaggio, agghindato alla guisa di un novello Godard – e l’altro una apertura al compromesso tipica del mestierante – cosa che è stata rinfacciata alla coppia in occasione dell’uscita del loro primo lungometraggio, secondo parte della stampa non coraggioso quanto i corti.

Si rinnova quindi il sodalizio Khatami-Asgari, ma in toni diametralmente opposti al precedente film episodico Kafka a Teheran (2023). Mantenendo l’impostazione dei quadri fissi con camera posta ad altezza d’uomo, con lo spettatore ridotto a semplice auditore di scene prive di movimenti di macchina che gli consentano di godere di una prospettiva privilegiata, così come di scorgere l’istanza parlante che si rivolge agli interpreti, Asgari fa un sapiente uso di pause e overlapping per palesare l’ironia implicita in queste situazioni paradossali, suggerendo al contempo l’impersonalità di coloro che esercitano il potere e l’impotenza di coloro che lo subiscono – non una finzione, ma una realtà quotidiana per coloro che vivono di cinema in Iran.

Una lezione, quella dei volti che si fanno protagonisti limitando il profilmico alla sezione frontale, che si potrebbe far risalire a Shirin (2008) di Kiarostami – uno dei modelli di riferimento, insieme a Panahi, che ai censori ha spesso riservato una rappresentazione simile – ma che Asgari qui utilizza per rovesciare il discorso metacinematografico, dacché i nostri sfortunati eroi non riusciranno mai a proiettare – e quindi a “vedere” – nulla dall’inizio alla fine.

Più che una dichiarazione d’amore al cinema, Divine Comedy è semmai una satira contro (o forse per) chi intende il cinema come essenza anziché come pratica, senza con ciò cedere alla logica maliziosa dei censori per la quale la disonestà intellettuale sarebbe solo una diversa gradazione di flessibilità creativa. Fresco e piacevolmente indulgente nel suo romanticismo, Divine Comedy è da considerarsi come un altro inestimabile tassello di una cinematografia nazionale che non vuole rinunciare a ridefinire se stessa.