Esordio alla regia della “diva dei due mondi” Shu Qi, icona del cinema di Taiwan e Hong Kong, Nühai (Girl) è un racconto di formazione dove il trasporto autobiografico è palpabile, così come la delicatezza con cui la materia è trattata. Resta tuttavia un’opera terribilmente ordinaria, la cui scrittura appare indecisa e improntata a una drammaticità tutta televisiva, tale fa far dubitare che il concorso del festival veneziano sia il posto a questa più adatto.

Nella Taipei di fine anni Ottanta, la studentessa Hsiao-lee (Bai Xiao-ying) è prigioniera di una realtà domestica improntata all’abuso. La madre (Joam-Baba), che la ha avuta da un precedente matrimonio, deve convivere con lo stigma del divorzio e accettare senza colpo ferire le angherie del marito alcolista (Roy Chiu), che minaccia a più riprese di abbandonarle. Le cose iniziano a cambiare solo quando nella classe di Hsiao-lee si trasferisce Lilly (Audrey Lin), tornata a Taiwan dall’America a causa della separazione dei suoi.

Girl

Diretta da Hou Hsiao-hsien in ben tre ruoli da protagonista in Millennium Mambo (2001), Three Times (2005) e The Assassin (2015), Shu si è imposta anzitutto quale volto cinematografico di Hong Kong nel cinema erotico degli anni Novanta con opere del calibro di Viva Erotica (1996) e Bishonen (1997), dividendosi quindi equamente tra produzioni d’autore e altre più accessibili al grande pubblico – compreso un buon numero di action.

E dopo un ventennio di premi e riconoscimenti, ecco che, sul set di The Assassin, è proprio Hou a spronarla a tirare fuori una storia che vorrebbe raccontare a tutti i costi, e a farne il suo primo film. Inizia così un lungo processo di stesura, funestato da ripensamenti e pagine stracciate, che trova la propria conclusione nel 2023, in una stanza d’albergo a Milano presa in affitto dopo l’esperienza di giurata alla Mostra di due anni fa.

Il risultato, Girl, è un film che, nelle intenzioni di Shu, vorrebbe raccontare dell’impatto che la famiglia ha sullo sviluppo dell’individuo, e di come i traumi che all’interno di questa si consumano permangano nell’età adulta, col rischio di perpetuare il trauma generazionale. Discorso, questo, che sicuramente non sfugge allo spettatore, sopraffatto com’è di scene di liti coniugali, il cui solo scopo pare a volte quello di allungare il brodo, o di fare da sponda a facili simbologie – il ragno che si avventa sulla preda indifesa – che significano il mondo interiore della giovane protagonista.

Liti dove peraltro la debolezza attoriale della coppia composta da Joam-Baba – nome d’arte reso graficamente come 9m88, con una lunga carriera musicale alle spalle e poca esperienza sul grande schermo – e dall’attore-cantante Roy Chiu emerge senza attenuanti, le cui reazioni sopra le righe e affettate, accompagnate da languidi sguardi nel vuoto, appartengono più al mondo degli sceneggiati pomeridiani che al cinema d’autore – a maggior ragione uno smacco, considerando il calibro dell’attrice che dietro la macchina da presa li dirige.

Girl

Ancor prima è però la scrittura a lasciare perplessi, la cui travagliata genesi si ravvisa nelle ellissi temporali mal gestite – una su tutte, il brusco flash forward all’età adulta, che costituisce gli ultimi venti minuti della pellicola, ma anche la gestione del rapporto tra Hsiao-lee e Lilly è sbrigativa –, nella scarsa attenzione ai personaggi – a partire dalla sorella di secondo letto della madre di Hsiao-lee, che pure ha uno screen time considerevole – e da alcune affermazioni mai completamente chiarite – la madre di Hsiao-lee vede ancora il suo precedente compagno?

Guardando con timidezza a A Brighter Summer Day (1991) di Edward Yang e alla New Wave taiwanese, di cui vorrebbe imitare la commistione di intimismo adolescenziale e commento storico – negli anni in cui l’isola, grazie alla modernizzazione del porto commerciale di Keelung e alle nuove infrastrutture di difesa provviste dall’alleato americano, si stava affermando quale potenza regionale –, Shu non riesce infine a imprimere personalità a un racconto che, se spogliato delle sue coordinate cronologiche e geografiche, chiunque altro avrebbe saputo raccontare con toni analoghi.

Privo persino di una qualsivoglia nostalgia per la Taiwan che vive ancora nei ricordi della regista, Girl non prende mai il volo, quasi sperando che il magnifico e quantomai espressivo volto di Bai Xiao-ying – forse l’unico vero punto di forza dell’opera – possa raccontare da sé un personaggio sulle cui spalle grava il peso di una struttura narrativa malferma. Nel complesso, sorge quindi il sospetto che Girl sia stato selezionato in qualità “quota Asia” più che per il suo valore estetico, e che forse una sezione non competitiva come il Fuori Concorso avrebbe rappresentato un contesto più adatto.