Una ragazza gentile e minuta arriva dalla Repubblica Ceca in una non meglio definita terra nord-europea, dove inizia un’esperienza di au-pair presso una famiglia della borghesia locale. Tutto è asettico, prestabilito, disciplinato da principi e ferree regole. Tutto sembra perfetto, ma lo è solo in superficie.

Una sorpresa molto positiva, lo si può affermare subito in apertura. Un esordio nel lungometraggio che arricchisce la gamma di approcci del recente cinema ceco in direzione di una sua convinta internazionalizzazione e sprovincializzazione. Per citare solo alcuni titoli saggiamente inseriti nelle ultime edizioni dai selezionatori di Karlovy Vary, ricorderemo Little Crusader di Vaclav Kadrnka, Absence of Closeness di Josef Tuka e Domestik di Adam Sedlak. Se il primo sceglieva con decisione un approccio di sottrazione che poteva far spendere perfino il nome di Robert Bresson, il secondo e il terzo ricreavano ambienti e umori tipici di thriller d’aria scandinava, ambientando uno psicodramma familiare e una storia di ossessione compulsiva in ambienti asettici e geometricamente definiti.

Il trentacinquenne Michal Hogenauer a dispetto del cognome è nato a Praga e si è diplomato nella locale scuola di cinema della FAMU, e ci pare che con questo suo primo lungometraggio egli prosegua, migliorandola, la linea di intersezione e di dialogo con le tradizioni scenografiche e drammaturgiche del nord Europa di cui sopra. Egli ambienta il suo “Tocchi silenziosi” (questo il titolo originale in ceco) in un non-luogo, intersezione creativa di spazi squadrati e nuclei familiari anaffettivi, mappa cartesiana perfetta dove l’unheimlich incontra, s’incrocia e moltiplica le sue ansie con il fanatismo religioso. Per quanto non sia essenziale per la fruizione e l’analisi del film, una delle fonti ispiratrici dichiarate è appunto la setta delle “Dodici tribù”, organizzazione dell’alta borghesia presente in diversi paesi europei e nord-americani, che si autofinanzia con attività produttive e turistiche e predica la necessità di una mancanza di emozionalità, motivo per cui ogni espressione emotiva è punita e repressa. Questa struttura millenaristica e oppressiva è liberamente ricostruita nel presente A Certain Kind of Silence, dove la giovane ceca Michaela finisce appunto a sua insaputa in una famiglia di suoi adepti e rimane avvolta nelle sue spire.

La ragazza viene immersa gradualmente in una serie di freddi gironi infernali, dove passo passo viene a conoscenza di una visione distorta e disumana dei rapporti familiari e sociali, promossa da una famiglia solo a prima vista esemplare dove dovrà prendersi cura del piccolo Sebastian. Con slittamenti informativi improvvisi e parziali aperture di brecce nei misteri della casa, impariamo a conoscere un microcosmo da cui è difficile salvarsi, a meno di scendere a compromessi con la propria coscienza. La lotta interiore della povera Michaela con un mondo superficialmente pacificato ma in realtà ribollente di disprezzo è il fil rouge lungo il quale il film snoda i suoi tesi rapporti di dominio psicologico, centellina senza sensazionalismi sgradevoli rivelazioni e costruisce l’impossibilità stessa di un happy ending in un mondo in cui l’essere umano è sostituibile e soggetto a manipolazioni.

Hogenauer e il dop Gregg Telussa posizionano un cast particolarmente efficace (sopra tutti la stella nascente di Eliska Krenkova) in spazi definiti dalla completa assenza di sentimento: luci fredde e scenografia essenziale, movimenti quasi robotici, frontalità rappresentativa che non sa mai di schematico, ma è invece funzionale correlativo oggettivo di una strisciante ipocrisia post-borghese che ha desensibilizzato i centri neurali dei membri della setta e ne ha fatto esecutori di una Legge superiore. È proprio il riferimento piuttosto chiaro alla radice sociale elitaria di alcune di queste esperienze settarie a radicare nella contemporaneità e nell’urgenza narrativa questa interessante opera prima. Combinando echi di varia produzione anti-utopica (Gattaca, The Island, Equals alcuni titoli che saltano alla mente…) Hogenauer indirizza anche una ficcante critica alla società occidentale post-moderna, egoistica e iper-capitalista, dove l’aspirazione al benessere e al prestigio personale e familiare atrofizzano i caratteri minimi di umanità e compartecipazione antropologica dell’essere umano.

Le sette, le deviazioni spiritualiste, le auto-esclusioni dal consesso sociale più ampio, il rifiuto di comunicare con i “non-eletti”, sembra dirci il film, non sono radicate in una ricerca autentica di religiosità, ma nel disprezzo del “volgo” comune, incapace di affermarsi finanziariamente, di imporsi un set di principi auto-regolamentatori e di conseguenza impossibilitato ad attingere un grado superiore di vicinanza alla Divinità, che in realtà non è rappresentata da un essere superiore e trascendente, bensì è solo un’ipostasi dell’IO. I settanti, i compìti familiari che in nome della disciplina arrivano a punire corporalmente il proprio bambino, hanno eletto se stessi come base e finalità di questa religione surrogata, sono auto-racchiusi nella propria convinzione di superiorità, e hanno di conseguenza sostituito il concetto formativo di educazione con una lista di precetti in carta bollata.

Una rinvigorente boccata d’aria “gelida”, diremmo, una serie di nomi nuovi che andranno seguiti: fra location lettoni, regista boemo dal nome teutonico e cast ceco-olandese per un’opera recitata in gran parte funzionalmente in un inglese universale ed “extra-geografico”. Una buona dimostrazione del fatto che le coproduzioni europee hanno assolutamente un senso se combinano peculiarità culturali e non solo calcoli logistici.