I Momix al Teatro Toniolo di Mestre sono un evento sempre atteso, concomitante spesso, come quest’anno, con l’apertura della stagione. Dopo W Momix Forever e Opus Cactus, è la volta di Alice, nuovo spettacolo che ha debuttato a Roma nel febbraio scorso, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Lewis Carroll. Tutti conosciamo la storia di questa bimba un po’ svogliata che, addormentandosi, sogna e casca in un mondo parallelo assai surreale. Moses Pendleton ne fa un’occasione per creare non una narrazione danzata, ma alcune suggestioni ispirate al Bianconiglio, il Cappellaio Matto, lo Stregatto, la Regina di cuori e il Bruco.
Per chi non ha mai visto Momix Alice è sicuramente un’occasione per prendere familiarità con il linguaggio di Pendleton, un mix irriverente di danza classica e contemporanea, ginnastica artistica, atletica e danza acrobatica. Chi, invece, segue da tempo la compagnia vi scorgerà i segni di una stanchezza creativa, se non addirittura esecutiva. Se infatti apprezzammo W Momix Forever, due ore delle migliori coreografie tratte da lavori passati, così come rimanemmo parzialmente entusiasti di Opus Cactus, Alice è un déjà vu discontinuo che non decolla. Pendleton infatti adotta vecchi espedienti già visti, proponendo numeri per niente trascendentali. Ci sono ancora i giochi degli specchi di “Frozen Awakening“; il roteare dei fiori di “Marigolds” e “Horizon, dove le ballerine creano forme diverse grazie a costumi dall’anima di ferro sottile; le pilates balls di “Moon Beams” per creare il Bruco; la donna sospesa dal lungo velo di “First Contact”, identica conclusione di Opus Cactus.
Di un certo interesse sono le retroproiezioni che contribuiscono a giochi scenografici suggestivi e la scelta musicale, ma sono magre consolazioni rispetto ai rimandi oscuri o vagamente accennati al romanzo. Nel primo atto, Nella tana del coniglio, aleggia un’atmosfera eccessivamente creepy in un mondo che stentiamo a riconoscere come quello colorato e bizzarro di Alice, più adatto a un racconto di Poe. Segue Oltre lo specchio, dove Pendleton torna alle origini con coreografie su musiche new age molto anni Novanta piuttosto datate e monotone. Nella seconda parte si nota inoltre, come già successo in Opus Cactus, una maggior incompiutezza con trovate che poco sembrano c’entrare col titolo.
Teatro esaurito e applausi calorosi alla prima del 12 novembre.
Luca Benvenuti





















