A quattro anni dal remake di Suspiria e a uno solo dal documentario su Salvatore Ferragamo, Guadagnino ritorna a presentare un suo film alla kermesse veneziana, dove è ormai di casa, e lo fa nuovamente in concorso. Questa volta partecipa con un film fuori da una normale classificazione (iscrivibile in almeno quattro generi) ma comunque molto vicino a quella abbiamo imparato a riconoscere come la sua poetica, in una fase in cui, dopo Chiamami con tuo nome, questa si sta avvitando su se stessa esasperando alcuni tratti, con esiti ambivalenti.

Maren e Lee (rispettivamente Taylor Russell e Timothée Chalamet) sono due adolescenti emarginati che vivono il loro tragico primo amore mentre si aiutano l’un l’altra a venire a patti con una condizione che affligge entrambi fin dall’infanzia: il bisogno regolare di cibarsi di carne umana. I piccoli Romeo e Giulietta cannibali intraprendono un viaggio per scappare dalle conseguenze dei loro irrefrenabili bisogni e anche un po’ da loro stessi (specie ore pasti) e trovare finalmente una stabilità, senza riuscire però a fuggire da un passato che li sta divorando da dentro.

Timothée Chalamet,Taylor Russell – Foto © Romina Greggio

Guadagnino con Bones and all (tratto dal romanzo omonimo di Camille DeAngelis) trasporta quelli che ormai sono i suoi temi in una forma nuova e volutamente aggrovigliata, realizzando un dramma romantico con (e per) adolescenti che si svolge on the road e individua nel cannibalismo la perfetta metafora per descrivere i sentimenti di solitudine e incomprensione da cui sono animati i suoi protagonisti. D’altronde, anche se negli ultimi anni sono stati i vampiri a riempire e tematizzare il lato gotico dell’immaginario young adult, cose c’è di più inflazionato del cannibalismo come simbolo della diversità (culturale e non solo)? È talmente inflazionato da risultare vintage, in effetti. Lasciando stare però gli sciamani con la gonnella di frasche e le ossa di lemure infilate in naso e orecchie intenti a rigirare lo stufato di esploratore sfortunato in divisa sdrucita, Guadagnino cerca di andare oltre la semantica fondamentale dell’atto cannibale (magico, politico, rituale, terapeutico) e usarlo figurativamente per portare sullo schermo la sensazione della diversità, del recepirsi come speciali e ignorati e infine capiti dall’unico altro uguale a noi.

Timothée Chalamet e Luca Guadagnino – Foto © Romina Greggio

La vorace coppia affronta, contando reciprocamente sull’aiuto dell’altro e rimanendo di fatto nell’ambito della fase orale, il passaggio all’età adulta attraverso la transizione dalla suzione all’introiezione e l’accettazione  delle responsabilità etiche – pur in modo abbastanza sbrigativo – delle loro pulsioni, superando infine il difficile rapporto con il genitore del medesimo sesso: la madre di Maren ha divorato se stessa offrendosi quasi in sacrificio per non nuocere alla figlia (senza riuscirci granché ma è il pensiero che conta), e il padre di Lee invece è stato mangiato a sua volta (l’eponimo “pasto completo”) quando il figlio si è ribellato alla sua autorità; da un lato l’abnegazione totale che richiama l’allattamento – poi ribaltato nella sequenza finale -, dall’altro il tipico parricidio freudiano del padre/capotribù.

Timothée Chalamet,Taylor Russell, Luca Guadagnino, Mark Rylance – Foto © Romina Greggio

In questo senso l’ultima fatica di Guadagnino è un pastiche, oltre al fatto che ciascun essere umano nel film è potenzialmente una lasagna. Non si tratta solo di un miscuglio di generi e riferimenti, ma anche di un gioco linguistico che mette assieme suggestioni diversificate o distanti e le fonde in una storia tutto sommato lineare ma pregna di riferimenti che finiscono per accrescerne il campo – non è da trascurare l’ambientazione nel Midwest degli anni ’80, patria degli sbandati e dei diseredati partoriti dalle reaganomics, che equipara l’emarginazione sociale e quella emotiva. Bones and all funziona in entrambi i sensi, cioè è sia un racconto formativo un po’ pulp nel segno dello stile delicato che contraddistingue il regista, da sempre capace di accostare l’atmosfera familiare e ciò che la turba senza ricorrere a transizioni violente, sia un divertissement sintattico che non solo rimesta ma si compiace nel rivelare in maniere più o meno esplicite quali siano le sue influenze, basti vedere le citazioni a Thelma & LouiseLa casa sperduta nel parco o i morfemi narrativi standard senza manipolazioni in senso postmoderno (il viaggio fisico che diventa viaggio interiore, il finale ciclico in cui l’equilibrio è ristabilito alla lettera).

Alla fine siamo di fronte al tentativo di combinare una storia per adolescenti con un saggio autoriferito impostato sulle esperienze ed influenze del regista, il quale ha curato personalmente la colonna sonora scegliendo brani della sua giovinezza per semplice riverbero sentimentale, riproponendo il tema classico che lo accompagna dalla prima sceneggiatura – l’incontro tra anime affini in un mondo che li fa sentire diverse e distanti – attraverso quegli stessi spunti che hanno contribuito a plasmare tale affinità elettiva. Si potrebbe dire che La grande bellezza sta a Sorrentino come Bones and all sta a Guadagnino, almeno da questo punto di vista e tenendo sempre in considerazione che entrambi i film fanno ampio sfoggio tanto dei punti di forza quanto delle forzature nel cinema di ciascuno dei due autori. Bones and all può essere una storia così’ semplice da risultare trasparente e divertire lo spettatore con la sua chiara e invitante decostruibilità, oppure una storia per adolescenti con una confezione un po’ più cervellotica del normale; più probabilmente qualcosa in mezzo, e in ogni caso un passo indietro rispetto a Call me by your name che per Guadagnino appare sempre più come un’acme isolata e difficilmente replicabile.