Petr e Hana sono una coppia ceca benestante sui 35 anni. Ormai da molto tempo convivono e portano avanti la loro relazione in una routine non scevra da momenti di passione prontamente immortalati sui loro smartphone. Quando, un po’ per gioco e un po’ per voglia di novità, decidono di aprirsi ad esperienze poliamorose, vengono ben presto risucchiati da un vortice distruttivo che avrà conseguenze diverse per entrambi…

Dai tempi della scioccante novella Doppio sogno (1925) di Arthur Schnitzler, ma anche della sua libera trasposizione cinematografica, Eyes Wide Shut (1999) di Stanley Kubrick, la concezione della coppia etero, monogamica e borghese, ben inserita in un contesto occidentale e urbano, ha subìto mutamenti profondi. L’istituto del matrimonio è sempre meno saldo e si configura più di frequente come “bonus” facoltativo che va a suggellare anni di convivenza, avere figli è ormai una scelta non scontata e non necessaria, l’esplosione della famiglia nucleare è ben lungi dal fare scandalo come venti o trent’anni fa. E, in aggiunta a tutto questo, anche il fenomeno della poliamoria si è fatto rapidamente strada nei primi decenni del XXI secolo, trovandosi spesso al centro di dibattiti pubblici e perdendo buona parte del carattere provocatorio e trasgressivo che lo connotava in precedenza.

Hana (Hana Vagnerová, attualmente richiestissima per film e serie TV boeme, qui anche co-autrice della sceneggiatura) e Petr (l’attore teatrale ceco Matyáš Řezníček) a loro modo possono davvero ricordare la Nicole Kidman – tra l’altro, la chioma fulva e il fisico filiforme della Vagnerová paiono riecheggiare il profilo della star australiana – e il Tom Cruise di Eyes Wide Shut. Sono cechi, ma potrebbero risiedere in qualsiasi paese occidentale. Catturati in un’età compresa tra i 30 e i 40 anni, sono molto attraenti, evidentemente in carriera, benestanti, hanno un confortevole appartamento, una bella macchina e amici della loro stessa estrazione sociale con cui bevono cocktail e mangiano sushi. E ad un certo punto, per una serie di banali pretesti che fanno da trigger all’azione, si ritrovano in camera da letto a confrontarsi sulle rispettive fantasie erotiche, che ovviamente non si limitano alla loro esperienza di coppia fissa (nonostante nelle prime inquadrature del film si indugi per diversi minuti su alcuni momenti della loro vita sessuale, apparentemente intensa e appagante). 

Ora però siamo nel 2022: non c’è il vincolo legale del matrimonio, ma solo una meno impegnativa convivenza; non ci sono figli di mezzo; soprattutto, sono venute meno tutte le inibizioni ancora parzialmente presenti nell’ultimo capolavoro kubrickiano. Se Bill e Alice di Eyes Wide Shut, similmente ai loro antesignani austro-ungarici, in ultima analisi non si spingevano oltre il sogno erotico ad occhi chiusi o aperti, come suggerivano il titolo della novella e del film, Petr e Hana passano invece all’azione, lanciandosi in una lunga serie di avventure a base di sesso occasionale che la nostra contemporaneità fatta di app per incontri e social rende ancora più facili e immediate. Su ogni esperienza vissuta nella loro nuova vita poliamorosa i due protagonisti non mancheranno di discutere con grande dovizia di dettagli, filmandosi a vicenda e salvando i video girati grazie a quel deposito illimitato di memorie (anche “proibite”) che è, oggi, lo smartphone. 

Il regista Tomasz Wiński (quarantenne polacco, ma ceco di adozione visto che, come molti cineasti provenienti dall’Europa orientale, ha studiato alla FAMU di Praga), qui al suo debutto nel lungometraggio dopo alcuni corti di successo, ha fondato insieme alla sua collega (e compagna) ceca Tereza Nejedlá una casa di produzione, la One Way Ticket Films, il cui scopo dichiarato è mettersi alla prova con “esperimenti filmici radicali”. Borders of Love, che porta l’eloquente sottititolo di Una love story erotica, è la prima “fatica” cinematografica proposta al pubblico con questo intento, e a nostro avviso l’obiettivo è stato raggiunto solo a metà.

Va innanzitutto detto che le numerose scene erotiche del film non hanno nulla di particolarmente “radicale” o “sperimentale”, ma, al di là dell’indubbia plasticità dei corpi degli attori, nella rappresentazione di nudi e amplessi si inseriscono in una tradizione cui il pubblico negli ultimi anni si è già ampiamente abituato, tanto al cinema quanto, soprattutto, nelle serie TV (cfr. Sex and the city e non solo), anche nel formato amatoriale girato sullo smartphone dai diretti interessati che vediamo all’inizio del film. A parte questo, fin da metà film è abbastanza facile prevedere come andranno a finire gli esperimenti della neo-coppia aperta Petr e Hana. Per quanto cerchino di agire secondo delle “regole” prestabilite, in modo da godersi le rispettive avventure senza perdere la fiducia l’uno nell’altro, è chiaro che il risultato sarà da un lato la gelosia e la conseguente depressione di Petr, dall’altro la degenerazione ossessivo-compulsiva degli appetiti sessuali di Hana (il cui culmine sarà l’incontro con un gruppo di affabili conviventi praticanti la poliamoria – in realtà pure con regole piuttosto rigide – sotto lo stesso tetto). L’unico finale possibile, e atteso molti minuti prima della conclusione, è la dissoluzione della coppia, laddove in Schnitzler-Kubrick la coppia, al contrario, entrava in una nuova fase di conoscenza reciproca e consapevolezza di sé. Della separazione finale, peraltro, aveva già costituito un banale preludio la cancellazione accidentale dal cellulare di tutte le foto e i video dei primi cinque anni di vita in comune, proprio nel momento in cui Petr e Hana decidono di dare una svolta al loro rapporto ricominciando a riempire la memoria svuotata del telefono con i nuovi video in cui si raccontano i propri numerosi one night stand (che a volte, nel caso di Hana, superano ampiamente lo spazio di una sola notte, trasgredendo così le regole non scritte che la coppia si era imposta: una serie di incontri con una terza persona sarebbe infatti un tradimento non accettabile). 

Nelle intenzioni del regista, Borders of Love avrebbe dovuto indagare appunto il limite ultimo a cui si può spingere un rapporto prima che i sentimenti sinceri e profondi alla sua base risultino irrimediabilmente compromessi. In un’intervista, Tomasz Wiński ha spiegato di aver voluto dare voce al contraddittorio “non detto” che segna la comunicazione di molte coppie, poco inclini a condividere le proprie vere emozioni e i propri veri desideri che invece vengono repressi nel tentativo, in ultima analisi ipocrita, di compiacere l’altro: il rapporto tra i due protagonisti si incrinerebbe proprio a questo punto, che costituirebbe il “limite dell’amore” a due ben prima che subentri la patina di falsa sincerità della coppia consensualmente aperta. Sfortunatamente, nonostante il talento degli attori, risulta arduo cogliere queste interessanti sfumature psicologiche dei personaggi, avvolti nel corso di tutto il film da un’aura di freddezza e indifferenza che rende difficile empatizzare con loro (forse anche perché, al di là del loro sex appeal e delle loro avventure amorose, sembrano totalmente privi di carattere, interessi e passioni: anche la loro attività lavorativa, nelle poche scene in cui vi si accenna, appare totalmente grigia). 

A fine visione, la sensazione è quella di avere semplicemente sondato i limiti dell’approccio poliamoroso, che dall’esterno sembra non funzionare davvero per nessun personaggio del film (troppo falsi e glamour gli amici scambisti interpretati dai noti attori cechi Eliška Křenková e Martin Hoffmann, troppo tendente al grottesco il gruppo dei quattro conviventi poliamorosi in cerca di nuovi membri per la loro “famiglia” da allargare). D’altronde, lo stesso Wiński, che ha ammesso come non avrebbe mai potuto ricevere finanziamenti per un simile lavoro nel suo paese d’origine, non nega che la sua educazione cattolica polacca possa aver influito in modo inconscio e subliminale alla realizzazione di un film alla fine filtrato da un’ottica vagamente moralista, cui evidentemente non può sfuggire nemmeno lo spettatore coetaneo del regista o più anziano, non ancora pronto a vivere completamente fuori dagli schemi della coppia monogamica (etero o omosessuale che sia: alcuni cambiamenti nella percezione sociale della coppia e della famiglia sono infatti stati in qualche modo assimilati, seppure con molta fatica, altri sono, evidentemente, ancora in fase di assimilazione).

La locandina del film, in cui il corpo statuario di Hana è intrecciato a quello di quattro uomini nudi, oltre a suscitare nello spettatore aspettative poi frustrate (come già detto, le scene erotiche di Borders of Love non si distinguono particolarmente né per meriti estetici, né per provocazioni scioccanti), può ricordare la composizione di La Vergine (1913), famosissimo dipinto di Gustav Klimt, non a caso contemporaneo e conterraneo del già citato Arthur Schnitzler. Ma purtroppo dobbiamo constatare che nella Vienna del primo Novecento, tra vivaci avanguardie artistiche e letterarie ed embrioni di psicanalisi, le pulsioni erotiche viste nella loro contraddittoria interazione tanto con il super-Io, quanto con le norme sociali erano state illustrate e discusse in modo molto più incisivo ed efficace di quanto non riescano a fare tanti film di oggi. E poco importa quanti tabù siano stati infranti nel frattempo.