Per i suoi novant’anni, Woody Allen si (e ci) regala il suo primo romanzo, uscito a fine settembre in contemporanea mondiale. A portare il volume sugli scaffali delle librerie italiane è l’editore La Nave di Teseo, attraverso il lavoro di traduzione di Alberto Pezzotta.
Apriamo il libro e ci troviamo all’istante nella New York che ben conosciamo grazie alla lente della telecamera del regista.
Asher Baum sta silenziosamente perdendo la testa. Come biasimarlo? È un giornalista ebreo di mezza età, diventato romanziere e drammaturgo, consumato dall’ansia per qualsiasi cosa accada, i suoi ampollosi libri filosofici ricevono recensioni tiepide e il suo prestigioso editore newyorkese lo ha abbandonato. Il suo terzo matrimonio è in crisi, e sospetta che il suo attraente e affermato fratello minore possa aver sedotto la moglie laureata ad Harvard. È a disagio per la stretta relazione di lei con il figlio, uno scrittore più affermato di lui, e sospettoso anche del loro vicino in Connecticut. Come se non bastasse, in un momento di irrazionalità ha impulsivamente cercato di baciare una giovane e attraente giornalista durante un’intervista che lei sta per rendere pubblica.
C’è da stupirsi che Baum abbia iniziato a parlare da solo? Gli sconosciuti che lo incrociano per strada scuotono la testa e lo evitano. Nel frattempo, ha scoperto un segreto esplosivo: meglio tenerlo per sé, o rivelarlo e man dare così all’aria il suo matrimonio?
“Uno scrittore come lui, prima o poi, lo avrebbe fatto. Infine è arrivato, il suo romanzo. Non il primo, non l’ultimo. Semplicemente il Suo romanzo. Che più Suo non potrebbe essere” dice Elisabetta Sgarbi, publisher della casa editrice.
In effetti, Allen non ci fa mancare nulla: l’intellettuale eternamente nevrotico, preoccupato dall’insensata vacuità della vita e la satira verso la cultura newyorkese ormai declassata a cliché; ma, soprattutto, una trama divertente impreziosita da una scrittura perfetta e un ritmo serrato.
Baum soffre di attacchi di panico ipocondriaco. Ha paura dei virus, dei nei, delle unghie lunghe. Vorrebbe confidarsi, ma nessuno lo capisce. Decide di lasciare la cattedra all’università: “Basta faticare a scrivere articoli, difendere posizioni politiche, spiegare la filosofia a studenti che poi vanno a dirigere aziende o a lavorare in agenzie pubblicitarie”. Meglio andare a suonare il tamburello con una band. Così, dato che “da tempo aveva rinunciato a parlare con gli strizzacervelli” perché l’unica cosa che fosse disposto a cambiare era l’analista, decide di parlare da solo. A voce alta.





















