Unire realtà e fantasia per raccontare gli ultimi anni de la Divina: Pietro Marcello, mostra, rimanendo fedele al suo stile, Eleonora Duse. Non è un biopic in senso canonico, né tantomeno un film in costume: è una rappresentazione di quello che la Duse appare intimamente a centouno anni dalla sua scomparsa agli occhi di uno tra i registi più eclettici e visionari del panorama nazionale.
La narrazione inizia durante la Prima Guerra Mondiale e prosegue fino all’ascesa del Fascismo: come aveva già fatto in Martin Eden e Per Lucio, il regista racconta l’Italia che cambia. Lo fa silenziosamente, con spezzoni di filmati d’epoca colorati e ricostruzioni manieristiche di abiti e atmosfere, nei luoghi più disparati: veri o ricostruiti, puntuali e riconoscibili o universali. La scelta di portare sullo schermo il viaggio del Milite Ignoto dall’inizio alla fine del film è metaforica: il treno attraversa l’Italia geograficamente, ma questo viaggio spezzettato nelle due ore della pellicola è soprattutto un percorso temporale tra un vecchio e un nuovo mondo.
Duse è una cerniera umana, tra teatro e cinema, tra il Paese martoriato dalla Grande Guerra e le promesse di Mussolini. Il suo essere in bilico tra un momento e l’altro crea inevitabilmente in lei una profonda crisi, dolore, la induce in errori – professionali e personali.
Ad unire il conflitto personale e quello artistico è Gabriele D’Annunzio, rappresentato da Marcello come un poeta vate innamorato ma talvolta cinico, anch’egli vittima della fine delle illusioni.
Ad impersonare la protagonista è Valeria Bruni Tedeschi: la sua recitazione è esteriorizzata, si muove tra tutti i toni e le altezze possibili, con magnetismo e credibilità, e ben si integra con gli interpreti secondari, emergendo realisticamente. Nonostante in certe sequenze ricordi fin troppo altri personaggi portati sullo schermo dall’attrice, l’interpretazione è lodevole.

La maestria di Pietro Marcello è tutta racchiusa nel ritmo ellittico, nelle inquadrature – con una prevalenza di primi piani e dettagli, a cui è affidato molto del sottotesto filmico, soprattutto per ciò che riguarda il rapporto con la figlia Enrichetta -, nella colonna sonora poliedrica e nell’uso magistrale dei colori, con particolare attenzione alla matericità dell’immagine.
Duse è un film blu: blu come il velluto che la Divina indossa per tornare sulla ribalta dopo il lungo ritiro dalle scene, blu come gli occhi della protagonista, blu come la scenografia de La donna del mare di Ibsen. È la tinta che predomina il film, che rappresenta forse la profondità abissale in cui l’attrice riusciva a trainare chiunque la guardasse recitare, non importa che fosse una tragedia o Pinocchio.
Duse continua con coerenza il cammino artistico intrapreso da Pietro Marcello, che, lasciando sempre una certa libertà interpretativa a chi guarda, parla insieme del singolo e dell’umanità, di un momento e della Storia.










