Traumatizzato dalla scomparsa prematura della madre, il giovane barone Victor Frankenstein (Oscar Isaac) ora ha un unico scopo: dominare la vita e la morte. Soprattutto la morte. Con l’aiuto del futuro ambizioso e interessato suocero (Christoph Waltz) riuscirà a realizzare la celeberrima impresa. Sarà l’inizio della fine. Il racconto horror gotico per eccellenza torna al cinema per manifestarsi nuovamente, in versione digitale e prodotto da Netflix, questa volta sotto l’egida empatica del monster lover Guillermo del Toro. E la sensibilità del regista già Leone d’Oro e premio Oscar per The Shape of Water produce una versione in due parti, in cui la visione del Creatore e della Creatura si alternano e completano.

Jacob Elordi – ph rominagreggio

Il cinema vive anche di ossessioni (magnifiche, nei casi migliori), e quella di Guillermo del Toro per l’altra faccia della mostruosità lo è di certo. Come lo è quella del regista messicano per la favola dell’orrore scaturita dalla penna di Mary Shelley e tornata ciclicamente al cinema, dal classico di James Whale del 1931 all’indimenticabile Frankenstein Junior di Mel Brooks fino ad arrivare alla versione di Kenneth Branagh con Robert De Niro nei panni dell’essere “contro natura”, come accade alle storie senza tempo. E ancora una volta continuiamo a chiederci – senza ormai nutrire più alcun dubbio – chi sia veramente il mostro al centro di questa mitologica e archetipica narrazione.

Guillermo Del Toro – ph rominagreggio

Il Frankenstein di Guilliermo del Toro non rivoluziona il soggetto e non stravolge l’immaginario collettivo legato alla creatura nata dall’assemblaggio di cadaveri e dalla superbia dell’uomo che volle farsi Dio sovvertendo le leggi della biologia. Anzi, cavalca orgogliosamente l’aderenza all’originale. Ma se il bagno di grazia e purezza riservato al diverso rimane il fulcro della prospettiva del regista di Pinocchio, il rapporto padre/figlio tra Victor e la Creatura assume contorni profondi e riferimenti quasi religiosi (di matrice cattolica), sconfinando prima in riflessioni su eternità ed espiazione, passando attraverso colpa e arbitrio per toccare poi concetti ben più terreni come vanità ed egocentrismo.

Oscar Isaacn- ph rominagreggio

L’amore di del Toro per i propri personaggi, anche i più controversi, è così evidente da perdonare in Frankestein alcune sequenze che in altre mani meno empatiche avrebbero potuto perdere di credibilità. Ma se c’è un limite a questo racconto amorevole e profondo è proprio quello di indugiare troppo sulla descrizione verbale di alcune scene, quando il talento visivo del regista messicano sarebbe stato più che sufficiente (basti pensare al rapporto tra i silenziosi protagonisti di La forma dell’acqua). Il racconto a flashback, strutturato su due versioni contrapposte e divergenti ripercorse dai due narratori, in questo senso non aiuta. Così la forza delle immagini rischia invece di venire attenuata da commenti a volte didascalici a volte ridondanti, distraendo dal corpus della storia e intaccando, per fortuna solo parzialmente, la ricchezza compositiva e narrativa della messa in scena.

Guillermo Del Toro – ph rominagreggio

La ricca produzione della piattaforma digitale permette a del Toro di realizzare una prospettiva che coniuga sapientemente effetti visivi, limitati nella forma e nel tempo, e alto artigianato nelle scenografie e nei costumi, evocando scenari e immaginari che però, in qualche modo, fanno già parte del repertorio stilistico del regista (a cominciare da Crimson Peak). Di certo la scelta del cast invece si rivela efficace in ogni ruolo, coerente con il nuovo corso della prospettiva mostruosa: il sex symbol Jacob Elordi dona alla creatura un fascino certamente inedito.