60 minuti per visitare una cittadina in provincia di Murmansk, alle estremità artiche della Federazione Russa, un tempo sede di campi di lavoro sovietici, la cui unica risorsa sono rimaste le miniere di carbone. Mentre si alternano notti più lunghe del giorno e fitte nevicate, i bambini e gli adolescenti del posto prendono parte ad attività ricreative giovanili che dai balli tradizionali arrivano alle manifestazioni militari e patriottiche, preludio al servizio militare che molti di loro si apprestano a svolgere…

Non è facile, ancora oggi, nascere all’estrema periferia della Federazione Russa. A maggior ragione se nasci a latitudini fredde e inospitali, apparentemente antitetiche ai bisogni basilari dell’organismo umano. D’altronde, è la stessa regista ad avvertirci con una breve didascalia iniziale: le terre grigie che vediamo, dove le uniche parvenze di luce e calore sono dei vecchi graffiti gialli con il “sol dell’avvenire” e le luci al neon delle scuole per giovani cadetti, oltre alle posticcie luminarie di Capodanno, sono state popolate essenzialmente all’epoca dei campi di lavoro coatto funzionali all’industrializzazione dell’Artico e all’estrazione delle sue preziose risorse minerarie. Cosa rimane, ora? L’occhio dellla macchina da presa divide equamente la sua attenzione tra le industrie fatiscenti, i blocchi di cemento di caseggiati tutti uguali, le distese di neve e ghiaccio, da un lato, e l’elemento umano catturato negli interni dall’altro.

Come crescono e si affacciano alla vita adulta i giovani del posto? A uno spettatore estraneo agli ultimi sviluppi dell’ideologia patriottica promossa dal governo russo nell’ultimo decennio, Immortal potrà sembrare a tratti bizzarro ed esagerato (tanto piu’ che la regista evita spiegazioni che certo avrebbero potuto appesantire il suo documentario, anche se sarebbero state d’aiuto per il pubblico internazionale). Ma effettivamente, per i giovani di provincia uno dei modi piu’ sicuri di trovare lavoro e assicurarsi uno stipendio a tempo indeterminato è arruolarsi nelle Forze armate russe, anche in una delle numerose unità di stanza nella zona dell’Artico. Tra le altre cose, proprio allo scopo di promuovere il servizio militare a contratto, nel 2015 è stato fondato, su iniziativa del ministro della difesa, il movimento giovanile della “Junarmija” (letteralmente “Giovane armata”), apparentemente una versione 2.0 dei “pionieri” sovietici, ma dal sottotesto nazionalista e militarista decisamente piu’ marcato. Circoli della “Junarmija” sono presenti presso numerosissime scuole statali, e al di là delle attività sportive e ricreative, è chiaro che non siamo di fronte a dei semplici boy scout, ma a dei bambini e ragazzi verso cui, insieme all’amore incondizionato per il proprio paese, vengono traslati valori come il rispetto per la disciplina ferrea, l’appoggio senza se e senza ma alle autorità patrie, e anche, ovviamente, l’antico adagio del “dulce et decorum est pro patria mori” (uno dei massimi obiettivi che un ragazzo di Murmansk può porsi pare il titolo di “Eroe di Russia” da conquistarsi durante la campagna di Siria tuttora in corso) e l’idea della gloria militare come mezzo per garantirsi l’“immortalità” del titolo – gli “immortali” per eccellenza sono peraltro gli eroi della Grande guerra patriottica (la Seconda guerra mondiale in terra russa viene chiamata così, a sottolinearne il carattere di sollevazione coesa di un popolo in difesa della propria Patria, popolo che anche oggi, nell’ottica del governo, dovrebbe essere idealmente pronto ad imprese analoghe; un evento che si svolge ormai tradizionalmente ogni anno per commemorare gli eroi del 1941-1945 si chiama non a caso “Reggimento immortale”).

E persino la scuola di danza per bambine, dove al Lago dei cigni sono subentrate danze del folclore slavo eseguite a passo di marcia, per non parlare delle coreografie che prevedono numeri di giocoleria con fucili e altre armi, sembra riflettere la tendenza in atto. La regista, da parte sua, pare dirci che le derive di questo nuovo e limitante indottrinamento, specie a fronte di famiglie pressoché assenti (i genitori sono impegnati a lavorare dalla mattina alla sera nelle fabbriche della città), potrebbero essere molto rischiose e costringere persino le giovanissime generazioni di cittadini russi in pastoie ideologiche da cui poi sarà molto difficile, se non impossibile districarsi pensando con la propria testa. La scuola, in questo senso, non sarà stata molto utile, nonostante il vecchio motto di Lenin “studiare, studiare e ancora studiare” che ancora campeggia sui muri.

Ksenia Okhapkina, trentenne di San Pietroburgo qui al suo primo lungometraggio, indaga con grande sensibilità e fine senso critico fenomeni che stanno modellando una parte della società russa di oggi, intrecciandoli a continue reminiscenze del passato recente o remoto. Nell’accidentata storia del paese non manca una fitta rete di rapporti di causa-effetto: così, i treni carichi di carbone e il filo spinato che delimita i muri delle fabbriche ci riportano continuamente alla memoria traumatica e mai del tutto metabolizzata dei Gulag, e anche se oggi quei campi di lavoro coatto non esistono piu’ e a spalare il carbone ci pensano le macchine, l’impressione è quella di trovarsi ancora rinchiusi entro uno spazio da cui è ben difficile affrancarsi. Non a caso, ancora in epoca sovietica il termine “zona” indicava tanto il lager di per sé quanto un intero paese tenuto sotto controllo nella sua interezza in nome della necessità di fare fronte comune contro un “nemico” sempre pronto a attaccare ai quattro punti cardinali. E proprio la difesa strenua dei confini dello Stato piu’ esteso al mondo è peraltro, ieri come oggi, uno dei motivi dichiarati per giustificare il budget militare e la propaganda delle Forze armate a tutti i livelli, anche tra i giovanissimi.

Si badi bene però: l’osservazione ora partecipante, ora straniata di Ksenia Okhapkina non ha nulla di provocatorio. I frammenti di quotidiano sapientemente assemblati, come già detto senza alcun commento fuori campo e con poche concessioni a un accompagnamento musicale minimale e discreto (a prevalere è il silenzio ovattato che avvolge, come la neve, i realia urbani e industriali, interrotto solo dalle voci dei bambini e dei loro istruttori quando escono in scena le figure umane), non lasciano trapelare nessun giudizio, né vengono sottoposti a filtri grotteschi. Il che non era compito facile, vista la delicatezza del tema trattato e la posizione di partenza della regista, che certo non è una supporter della politica del suo governo.

Ksenia Okhapkina, con grande rispetto nei confronti delle cose e delle persone che decide di mostrarci, getta piuttosto uno sguardo triste e preoccupato su un angolo del suo paese che può fungere da efficace sineddoche per illustrare la Russia di oggi e di ieri nel suo insieme, e i destini di migliaia di suoi abitanti. Perché c’è chi nasce e muore tra i paesaggi lunari della provincia di Murmansk, come ci suggeriscono in chiusura il reparto di ostetricia e il cimitero; c’è chi non si è certo conquistato l’agognata “immortalità” promessa ai futuri eroi della Patria e ha vissuto una vita probabilmente non degna di essere prolungata ad libitum come quella delle meduse immortali che stuzzicano la fantasia dei piccoli cadetti. Eppure, i bellissimi bimbi che in apertura recitano una tenera filastrocca accompagnandosi con una semplice coreografia non ancora viziata dalla disciplina ferrea del balletto meriterebbero di vedersi aprire delle prospettive ben piu’ ampie, che vadano oltre le latitudini artiche e le regole su come montare un Kalashnikov.