Lara è una donna sola e cinica che si ritrova a trascorrere il giorno del suo sessantesimo compleanno vagando per Berlino e cercando in qualche modo di riallacciare i rapporti con il figlio musicista Viktor e con una serie di altre persone che erano state, in varia misura, presenti nella sua vita. In un continuo saliscendi di attrazione e repulsione nei confronti del mondo esterno, Lara avrà occasione di riflettere e rielaborare alcuni momenti del proprio passato, in un accidentato percorso di autocoscienza…

Dietro l’algido muro di anaffettività di Lara Jenkins non paiono celarsi le perversioni sadomasochistiche di un’altra donna fredda e impermeabile alla comunicazione partecipata con il mondo esterno, quell’Erika Kohout che aveva fatto trasparire, dalle pagine del premio Nobel Elfriede Jelinek, il “lato oscuro” di un altro paese germanofono (la quieta e civilissima Austria), mirabilmente emerso anche alla superficie dello schermo cinematografico grazie a Michael Haneke – ovvero il sostenitore numero uno della terapia shock volta a scuotere gli spettatori dal loro intorpidimento morale ed emotivo, attraverso una messa a nudo delle contraddizioni di una classe media profondamente infelice proprio perché costretta in schemi limitati e inautentici che inibiscono il vero contatto umano. Il giovane regista tedesco Jan Ole Gerster (classe 1978, diplomato alla scuola di cinema DFFB di Berlino, qui al suo secondo lavoro presentato in una sede internazionale) è senz’altro meno radicale dello spietato maestro austriaco, e si inscrive, piuttosto, nel prolifico filone del cinema tedesco di marca berlinese degli anni 2000 perlopiu’ concentrato sui rapporti familiari, all’insegna del contrasto generazionale.

Nondimeno, queste due eroine cinematografiche di mezza età apparse a una ventina d’anni di distanza in due capitali germanofone dell’Europa centrale (una a Vienna, l’altra a Berlino – sebbene La Pianista fosse recitato in francese) hanno non poco in comune. E non solo perché la stella del cinema tedesco Corinna Harfouch, con il suo sguardo fisso e penetrante, la sua secca silhouette e il suo carré di capelli lisci, ricorda effettivamente i tratti e la mimica di Isabelle Huppert (e alcune inquadrature del suo volto sullo sfondo della sala da concerto o della scuola di musica hanno davvero l’aria di una citazione diretta). Nè si tratta solo della già citata “Vergletscherung der Gefuehle”, la “glaciazione dei sentimenti” che già dalla fine del XX secolo, in terra tedesca e austriaca, pare resistere a qualsiasi “disgelo” empatico, raggelando gli schermi con famiglie disfunzionali, traumi non elaborati, emozioni prima inespresse e poi represse. L’elemento tematico in comune è anche e soprattutto un altro: come ne La Pianista, pure qui una parte consistente delle rigidità e dei blocchi delle infelici protagoniste è dovuta, paradossalmente, a un’arte gioiosa e liberatoria come la musica, o meglio alla versione stravolta del musizierien – il “fare musica” così caro ad ogni famiglia borghese nella tradizione dei paesi di lingua tedesca – spesso e volentieri traslata nei salotti e nelle scuole musicali.

Lara, come Erika, è una donna che si è fatta letteralmente terra bruciata attorno a sé: si sono deteriorati i rapporti con l’ex marito, con l’anziana madre, con il figlio. Man mano che proseguono le sue camminate per Berlino, scopriamo che ha lavorato con scarso interesse in un anonimo ufficio dell’amministrazione comunale, non facendosi certo benvolere dai suoi sottoposti. E Lara non è solo una vittima delle circostanze, anzi, è un personaggio con cui a tratti è difficile solidarizzare: fredda, cinica, spesso arrabbiata col mondo, convinta che tutti siano in qualche modo in debito con lei. Il rapporto più ambiguo e conflittuale (sebbene, nella migliore tradizione tedesca, il conflitto si combatta in una pacata e composta sordina) è quello con il figlio Viktor, pianista e compositore, nei cui confronti Lara dimostra tutta la propria schizofrenia: è capace di acquistare decine di biglietti perché il concerto di Viktor vada in sold out e di criticare i suoi brani originali poche ore prima dell’esibizione, di sedersi in prima fila e di uscire dalla sala proprio quando Viktor le sta dedicando il successo appena conquistato. E tutto ciò non è un caso: Lara è stata a sua volta, in gioventu’, un’aspirante pianista estremamente ambiziosa, e proprio le sue malsane ambizioni precocemente frustrate le hanno fatto riversare sul figlio una serie di aspettative non meno viziate da manie di grandezza. Viktor, da parte sua, ha effettivamente realizzato i propri progetti, al prezzo però di una congenita e nevrotica insicurezza connessa a tutto ciò che riguarda la carriera musicale (e non solo quella, come dimostra la relazione-non relazione con la fidanzata) e di un taglio netto dei rapporti con la madre. Come avevamo già visto ne La Pianista, l’attività musicale, in un contesto familiare e scolastico irrigidito e poco empatico, da possibile momento di condivisione degrada a veicolo di patologiche ansie da prestazione, ulteriormente gonfiate da una totale dipendenza dal giudizio altrui: circoli viziosi castranti che alla lunga finiscono per ripercuotersi anche in altre sfere dell’esistenza.

Jan Ole Gerster dimostra nuovamente una mano sicura nel seguire, in una sostanziale unità di tempo e di luogo (la storia si svolge nell’arco di una sola giornata, il compleanno di Lara, tra le strade di Berlino) un personaggio nei suoi processi di interazione con il suo prossimo: un modello che era già stato collaudato con successo nel suo debutto Oh Boy! (il lavoro con cui Gerster si è diplomato alla Scuola di cinema, presentato peraltro sempre al festival di Karlovy Vary nel 2012). Se allora a girovagare 24 ore per Berlino a suon di jazz, con la complicità di un bianco e nero retrò e accattivante, era un simpatico perdigiorno ventenne (il sardonico attore Tom Schilling, che in Lara interpreta il ruolo di Viktor), tra le distrazioni e i personaggi stravaganti della capitale tedesca, qui Gerster compie un salto generazionale e si concentra su una sessantenne in una Berlino molto meno cosmopolita e festaiola, dagli eloquenti colori freddi e opachi ben coadiuvati dall’asettica luce bianca che davvero è onnipresente tra le uscite della U-Bahn e i palazzi del centro storico. La biografia di Lara viene suggerita man mano con la giusta dose di “non detto” (soprattutto per quanto riguarda la componente, come abbiamo visto cruciale, della musica – lo spazio vuoto lasciato dal pianoforte verticale tra gli scaffali della libreria; il poliziotto che accenna qualche nota zoppicante di “Per Elisa”; la lezione improvvisata con lo svogliato ragazzino della scuola di musica, e molto altro), lasciando allo spettatore il compito di ricostruirne cronologicamente i tasselli, quasi a compiere lo stesso percorso di autocoscienza della protagonista.

Come già detto (e per fortuna, ci verrebbe da dire), Gerster non è Haneke, e nonostante il film non ci riservi nessun finale buonista o consolatorio e nessuna facile risoluzione dei conflitti messi in campo, non mancano degli sprazzi di umanità, tra le altre cose veicolati da un umorismo piu’ delicatamente tragicomico che nero, già apprezzato nell’opera prima del regista. Si intravedono così degli sporadici canali di comunicazione che, chissà, potranno essere riaperti con l’aiuto un affabile vicino di casa del tutto privo di cultura musicale, sul cui scordato pianoforte verticale, nondimeno, forse si riuscirà a riscoprire la gioia di fare musica solo per il gusto di farla.