C’era una volta l’URSS, e in URSS viveva una bambina di nome Vladlena. La regista 43enne Vladlena Sandu, nata in Crimea e cresciuta a Grozny durante la perestrojka e, poi, la prima guerra cecena (1994-96), mette il suo talento artistico al servizio di un compito arduo: raccogliere insieme i cocci acuminati che i traumi dell’infanzia e della prima adolescenza hanno lasciato dietro di sé riducendo in brandelli la vita di una famiglia e, a livello macroscopico, il suo paese d’origine.
Vladlen/Vladlena, curioso nome proprio derivato dalla contrazione del nome e del cognome del leader dei bolscevichi e principale artefice della Rivoluzione d’ottobre, non era raro tra le bambine e i bambini sovietici, anche nella fase discendente della parabola di un paese che di lì a poco si sarebbe smembrato: è il caso della regista russa Vladlena Sandu, così battezzata nel 1982. Dopo aver trascorso i primi anni di vita in quella che, allora, era la Repubblica socialista sovietica ucraina, ha iniziato le elementari, con tutti i sacri crismi della canonica educazione del tempo, in Cecenia, terra caucasica e musulmana sottoposta a un secolare e violento colonialismo russo e facile preda dell’estremismo religioso. Cecenia che all’alba degli anni ’90, tra crisi economica comune a tutta l’URSS e umori indipendentisti corroborati dall’istituzione di una lunga serie di nuovi Stati dopo il 1991, era un’autentica polveriera sul punto di esplodere, nonostante fino all’ultimo le maestre continuassero imperterrite a formare un’ideale gioventù comunista, con tanto di poesiole dedicate a Lenin e spilla a forma di stella rossa degli oktjabrjata, organizzazione per l’infanzia e preludio all’ingresso tra le fila dei più celebri pioneri col fazzoletto al collo. I vecchi simulacri saranno ben presto spazzati via dalla proclamazione della Repubblica di Ichkeria e dalla guerra, perlopiù passata inosservata in Occidente e ignorata dalla società civile russa, che il governo centrale di Mosca scatenerà per reprimere i ‘ribelli’, radendo al suolo Grozny e portando ad un’ulteriore recrudescenza dell’astio antirusso e del fondamentalismo islamico locale.
It’s my life, canta il nigeriano-norvegese Dr.Alban nell’omonima hit, risalente proprio a quei ribollenti primi anni Novanta, che sentiamo in sottofondo ai titoli di testa: l’obiettivo che Vladlena Sandu si pone nel suo primo lungometraggio Memory, presentato all’inaugurazione delle Giornate degli Autori di Venezia 82, è far riaffiorare appunto alla memoria, propria e degli spettatori, eventi tragici che si snodano in parallelo a una non meno drammatica vicenda individuale e familiare anch’essa tipica di tanti Millennial provenienti da quelle latitudini (una bambina cresciuta da nonni severissimi e smaniosi di salvarla dalla vita sregolata di due genitori dalle velleità artistiche; un padre apparentemente svanito nel nulla per essere rintracciato dopo anni, quando è ormai un eroinomane mezzo pregiudicato).
Per restituire al meglio la sensazione di questa memoria, del singolo e collettiva, a brandelli, lacunosa, deformata dalle varie rimozioni e riscritture del subconscio, una memoria che trova il suo supporto tangibile soltanto in poche fotografie sbiadite, qualche oggetto fragile e case che non esistono più, Vladlena Sandu, non a caso reduce da una notevole esperienza di performer e ibridatrice multimediale, adotta un approccio che (come confermano i nomi citati nei titoli di testa tra i ‘ringraziamenti speciali’) deve senz’altro molto a dei numi tutelari della cinematografia sovietica come Andrej Tarkovskij e Sergej Paradzhanov. Si opta infatti per una narrazione voice over in prima persona che riproduce l’ottica della protagonista bambina e ragazzina, con il suo stupore nell’osservare il mondo e la sua percezione immediata e a tratti ingenua dei fatti, delle persone e soprattutto delle idee con cui entra in contatto. Ad accompagnare questo straniante e straniato monologo fornendo un intenso commento visivo (e visionario) a quanto viene detto, tre attrici che prestano il proprio volto a ‘tre età’ della regista si immergono in un caleidoscopio di scene dalla forte portata simbolica: da un lato si stagliano sgargianti e poetici tableaux vivants che immortalano, talvolta trasfigurandoli e sovrapponendo passato e presente, luoghi e oggetti chiave per l’esperienza vissuta; dall’altro qui e lì prendono il sopravvento inquietanti e oniriche fantasie; non mancano stralci di materiale audiovisivo autentico dell’epoca, che però si disfa immancabilmente a fronte della parzialità del ricordo e della selettività della narrazione memorialistica prescelta dall’autrice biografa di se stessa. Gli snodi più cruenti del racconto, infine, vengono resi attraverso l’allestimento di un non meno inquietante – e allo stesso tempo disarmante – teatrino di pupazzetti mossi da una Vladlena bambina che cerca di dare un senso alla realtà terribile che le sta attorno.
Il risultato è senz’altro coinvolgente e di notevole impatto; certo, se a parte l’intento memorialistico l’obiettivo di Vladlena Sandu, come dichiarato nelle note di regia, era anche articolare domande su un “meccanismo della violenza che si muove attraverso le generazioni” e sulla possibile trasformazione dell’“aggressività in cura” e della “paura in amore”, va detto che di fronte a tali spinose questioni non viene fornita alcuna parvenza di risposta. La regista dedica il suo film a tutti i bambini che, come lei, hanno trascorso l’infanzia durante una guerra, e nei minuti finali ci propone una carrellata di foto di giovanissime vittime dei conflitti novecenteschi nell’intero globo: vittime non solo quando si rivelano il bersaglio di un bombardamento o di un cecchino, ma anche quando vengono indottrinati in un’ottica militarista e aggressiva. L’ultima foto, in cui un bambino punta una pistola verso l’obiettivo, pare un monito, ma anche l’amara constatazione che, purtroppo, gli innocenti continueranno a morire per le guerre altrui, o finiranno comunque per prendervi parte.
PS. Nella porzione di biografia successiva al finale del film, Vladlena Sandu, sfollata dalla Cecenia, ha studiato cinematografia alla prestigiosa accademia moscovita VGIK e, come tanti suoi coetanei e colleghi delle cerchie artistiche russe, ha lasciato Mosca nel 2022 in seguito all’invasione su larga scala dell’Ucraina, ritrovandosi così direttamente colpita anche dall’ennesima scossa tellurica traumatica – a proposito di violenza che si muove attraverso le generazioni… – per la parte di mondo che si chiamava URSS. Attualmente Sandu vive ad Amsterdam e sta approfondendo i temi dello sfruttamento sessuale femminile in Europa: vediamo dunque che quella che ormai possiamo chiamare la ‘cultura russa dell’emigrazione del XXI secolo’ si sta indubbiamente ricavando un proprio spazio in costante sinergia con collaboratori e produttori di diversi paesi europei, come dimostra la presenza, a quest’edizione 2025 della Mostra del cinema, di svariati giovani e interessanti cineasti russi attualmente – e forse irreversibilmente – ubicati all’estero.










