Si apre con il noto estratto dalle lettere di Jean Cocteau su Pompei, «le Vésuve fabrique tous les nuages du monde», il settimo documentario di Gianfranco Rosi, dedicato alla porzione di città metropolitana di Napoli che si estende sotto il Vesuvio fino al Golfo, frutto di un lavoro della durata di tre anni intorno alla circumvesuviana: oltre a Pompei, Ercolano, i Campi Flegrei e l’umanità all’ombra del vulcano, nella sua particolare forma di esistenza, a metà fra passato e presente, a cavallo fra sfumature peculiari di morte e di vita.

Sotto l’ombrello delle nuvole, nuvole che sembrano non finire mai, bensì abbracciare o circoscrivere l’intero orizzonte degli eventi come un buco nero everso, vengono rintracciate le consuetudini dei protagonisti della città, codificate ora e sempre da un senso di precarietà. Il film comincia dai vigili del fuoco, elevati a entità metafisica, giacché il fantasma delle fiamme, forse di una sorta di ecpirosi localizzata, rimane presente nell’inconscio collettivo; trattandosi di una zona sismica i pompieri sono dispiegati sul territorio fino a esserne diventati una presenza simbolica, ben al di là della loro indispensabile funzione, spingendosi fino ad assumere loro malgrado i tratti di un clero laico che veglia sull’anima composita di Pompei. Rosi si concentra sul centro operativo che gestisce le chiamate urgenti, pur magari non sempre tali, gestendo con eguale distacco tanto il signore che chiama ogni mattina per regolare gli orologi quanto una madre disperata che denuncia il marito alcolizzato che usa picchiarla davanti ai figli.

E questa è solo una parte della relazione della città con la Storia – e i suoi fantasmi. In linea generale, l’unico vero documentarista italiano architetta un incastro di contrapposizioni sugli antagonismi di ogni modulo, intensità e verso dei suoi vettori narrativi. Ogni aspetto individuato per raccontare Pompei ha un suo corrispettivo su più livelli. A fare da contraltare all’allerta costante, spesso non priva d’ironia (anzi!) dei residenti di cui sopra, ci sono gli scienziati chiamati a relazionarsi direttamente con il lascito dell’eruzione del 79 d.C., ovvero gli spettri marmorei: statue, busti e altri reperti classificabili nella ritrattistica vengono ripresi attraverso la luce riflessa (illuminati da torce in un ambiente buio affinché i tecnici scorgano dettagli altrimenti impercettibili) attraverso degli specchi che ne deformano le sembianze, facendoli assomigliare appunto a fantasmi, presenze assenti di un passato angosciante.

Questo è quanto riguarda le due dimensioni della Storia. Lo stesso vale per la trasmissione della cultura, che ha un livello popolare e uno colto: da un lato il doposcuola del Titti, un anziano pensionato che condivide il suo studio e il suo tempo coi ragazzini, aiutandoli con i compiti; e dall’altro gli archeologi giapponesi che conducono studi all’avanguardia a Villa Augustea, condividendone apertamente i progressi. Poi v’è l’aspetto della preservazione delegata alle istituzioni, che segue le forze degli inquirenti tentare di salvaguardare il patrimonio artistico dall’avidità dei fantomatici commandos di tombaroli – invero uno dei faux pas del film, tanto i dialoghi paiono messi in scena: i goffi strali del Procuratore incaricato ricordano sinistramente le imprecazioni dell’ispettore Zenigata ogniqualvolta si vede sfuggire Lupin per un soffio.

Il b/n ad altissimo contrasto preferito per il racconto ne risalta un’inconciliabilità onnipervasiva, a partire dalla contrapposizione più tangibile che domina Sotto le nuvole, che concerne ovviamente le ombre per eccellenza, quelle delle montagne. A quella ovvia del Vesuvio, mortifera e infernale, si oppone quella del grano ucraino, trentaduemila tonnellate stoccate in quel di Napoli da un equipaggio siriano che fa la spola da Odessa. Le due montagne si oppongono, si stagliano l’una contro l’altra, rovesciate, come in una folcloristica rivisitazione del Giardino dell’Eden dove compaiono di nuovo un Albero della Vita e un Albero della Conoscenza. Montagna fero e montagna piuma. Niente ha la stessa tonalità di nero del Vesuvio e lo stesso vale per il candore della piramide di grano che va formandosi quando viene depositato dai tubi. Due divinità naturali in spontaneo conflitto arrivano a rappresentare i due poli di retrosapore antico (classico?) in mezzo ai quali la città di Pompei può esistere, in perenne stato transeunte, simile alla sabbia che circola tra i due triangoli di una clessidra.

E come sulla sabbia camminano i due marinai siriani quando accedono al sito di stoccaggio per spazzarne grumi e rimasugli dai muri, affondando goffamente nel proteiforme pavimento di grano; a questi controbatte l’intuizione più ambiziosa ma non del tutto centrata di Rosi: l’avventurarsi “archeologicamente” in alcune sale cinematografiche dismesse in cui, davanti a nessun pubblico al di là della mdp, vengono proiettati gli spezzoni tratti da Stromboli (Terra di Dio) che vedono Karin/Ingrid Bergman affrontare il terreno vulcanico. Due sforzi differenti, eppure simili nella loro camminata incerta, uno all’insegna di una fine inesorabile e l’altra di una rinascita; altri frammenti congeneri fungono da ulteriore riflesso chimerico di altri spunti del documentario, confrontando l’una e l’altra ricostruzione filmica, quella vero-finta che stiamo guardando con quella dell’equivalente classico, appunto, del cinema attuale, ovverosia il neorealismo. Specchio riflesso.

Molto lontano dall’elaborazione linguistica di Notturno, l’ultima fatica di Rosi non sembra più inseguire la ricercatezza di una verità meramente cinematografica, propria dello sguardo e dello sguardo soltanto, ma indugia quanto basta nell’autocoscienza, in una possibile memoria del cinema nei cinema, alla ricerca del suo stesso passato, accettando di inserirsi nell’infinito gioco di specchi cui diede inizio. Sotto le nuvole penetra in profondità la realtà pompeiana attraverso i suoi contrasti, delineando un’articolata realtà narrativa attraverso un montaggio ingegnoso a dir poco che sta ponendo le basi per guardare finalmente dentro le sue stesse contraddizioni. A suo tempo.