“La Gioia” di Nicolangelo Gelormini

Alessio sta frequentando per la seconda volta il quarto anno del liceo, durante le lezioni è disattento, si addormenta. Conduce una doppia vita: di notte, infatti, si traveste da donna, frequenta locali dove si esibisce a pagamento e intrattiene una relazione sessuale con Cosimo, parrucchiere amico della madre Carla. Il ragazzo, inoltre, manipola donne molto più grandi, con le quali ha rapporti fisici, in cambio di regali e denaro. Nella vita di Alessio non c’è una figura maschile di riferimento, il padre lo ha abbandonato da piccolo e la madre, invece di occuparsi di lui, pretende aiuto economico. La donna, tra l’altro, sembra approvare e addirittura incentivare le attività del figlio. Gioia è una docente di francese che lavora nell’istituto frequentato da Alessio: lo conosce casualmente e decide di aiutarlo dandogli ripetizioni. Fin da subito il giovane comprende come poter prendere in autonomia decisioni, manovrando dapprima sottilmente la donna, che vive con i genitori e appare in certi aspetti comportamentali ferma agli anni del liceo. Il loro rapporto si trasforma, ma le intenzioni di Alessio continuano ad essere ambigue.

È una storia disturbante e dolorosa, drammaticamente ispirata a vicende realmente accadute: il punto di vista del regista è molto interessante, in quanto distaccato ed oggettivo ma non inumano. Vengono largamente approfondite la psicologia e il passato del criminale, ma non lo si giustifica mai, sebbene si mettano in luce anche gli errori della donna, che – se aiutata – si sarebbe potuta salvare. Lo sguardo, dunque, si potrebbe definire freddo sia verso vittima sia verso carnefice.

Questa glacialità si manifesta anche nella fotografia: toni freddi, luce fioca, tutti gli elementi visivi, da subito, fanno intuire che il film sia ascrivibile al genere noir. La Torino messa in scena è gelida, asettica, è il luogo perfetto per le vicende narrate. A contrastare questi aspetti vi è la letteratura francese, i versi diventano veicolo del futuro idealizzato dalla donna ma anche dell’efferatezza del giovane: è la componente emotiva più palese della pellicola.

La caratterizzazione del personaggio femminile è impeccabile: il suo sostrato emotivo e familiare viene ricostruito grazie agli abiti, al trucco, alle scelte musicali a lei associate, oltre che, naturalmente, ai dialoghi. Ma il merito più grande va certamente a Valeria Golino, che in questo film raggiunge vette drammatiche notevoli, impersonando con delicatezza e credibilità un personaggio molto diverso da quelli di ruoli precedenti.

Saul Nanni, protagonista maschile, porta sullo schermo una buona prova attoriale: il suo stile recitativo è più esteriorizzato rispetto a quello della Golino, ciononostante riesce a rendere bene quanto subdolo sia il personaggio.

Nella sua totalità l’opera appare ben realizzata, dotata di un soggetto interessante e una sceneggiatura realistica; molte scelte registiche legate a luci, inquadrature, ambientazioni e colonna sonora possono essere definite raffinate, sottolineando come il cinema possa raccontare l’oscurità più buia attraverso la bellezza dell’immagine. In particolare la colonna sonora, composita ma armonica – alto e basso si alternano senza cozzare -, appare quasi una partitura del film, che si unisce a parole e immagini dando vita a un dramma unitario e compiuto.