La boa è stata oltrepassata e ormai si sta tornando indietro, aprendo alla seconda metà della prima e unica stagione di Sharp objects, con Closer, puntata già malferma in partenza per via della discontinuità delle due paia di episodi che l’hanno preceduto, ovvero una prima accoppiata efficace anche se tutto fuorché sfavillante e un prosieguo decisamente non all’altezza. Andiamo a vedere la direzione su cui si instrada la creazione di Marti Noxon, giunta all’ennesimo bivio.

Il punto della situazione

Il momento del Calhoun day arriva, e con esso quel vecchio momento stereotipato degli stati USA del sud di celebrare le truppe confederate e bere fino a svenire. Mentre a seguito della continue pressioni del direttore esce finalmente l’articolo di Camille causando non poco scompiglio, Adora tenta di portare dalla sua parte il detective Willis mettendolo contro la figlia maggiore, confidando che il compito le venga facilitato dall’implosione della stessa, imminente. Amma nel frattanto è confinata sul palco a interpretare chissà quale eroina proprio nel momento in cui la tensione non è più sopportabile e sfocia in una rissa trai due principali sospettati, Bob e John, rispettivamente il padre e il fratello della prima e della seconda vittima.

La miniserie

Ci aspettavamo questo genere di episodio, data la struttura della serie, non c’è ragione di stupirsi. Come del resto è stato per tutta la serie di Sharp objects sinora, si mantiene un livello equilibrato, spesso di qualità appena più alta quando non v’è la stretta necessità di affrontare una narrazione spiaggiata – ontologicamente spiaggiata. In questo senso poco tempo è concesso, ma lo stesso verso la fine si ritorna a quella dimensione che funge solo da arma di distrazione di massa (circa) facendo però appena da contorno, fortunatamente,  concludendo – si spera, almeno – la sottotrama di Ashleigh, palesatasi or ora come un’ignorantella di provincia in cerca di attenzioni. L’unica pecca strutturale è questo insistere sugli stereotipi redneck a tutti i costi, richiamando quella boria post-borghese che però sembra piacere tanto a quelle casalinghe di Voghera a cui si faceva riferimento la volta scorsa.

Per il resto si tratta di un episodio interlocutorio ma ordinato, con Vallée che ritorna a essere determinante nello svolgere elegantemente il lavoro di demiurgo delle geometrie di questa festa lunga un giorno intero. La sua macchina non è più invasiva come al principio, anzi, è capace di trovare i momenti giusti in cui inserirsi per gestire la situazione al meglio, come una Adora fuori dallo spazio diegetico. Adora che, tra l’altro, forse un po’ troppo pateticamente, inizia a preoccuparsi e a muovere i pezzi, facendo sì che “l’autolesionismo grafomane” di Canille venga reso manifesto ad Amma per allontanare le due, e insinuandosi nella testa di Willis, potendo già contare sulla completa collaborazione, se non totale asservimento, della polizia locale. Formalmente ci muove molto, sostanzialmente poco, ma dopo il quarto capitolo era la mossa giusta da fare: riordinare i pezzi, sfrondare le sottotrame, alleggerire la tensione con le gag delle squinzie di mezza età, insistendo come al solito su quest’immagine del sud ipocrita come se fossero davvero un branco di bifolchi antropologicamente inferiori a quelli degli stati di matrice unionista (spoiler: sono americani, sono tutti tonti allo stesso modo).

Nel finale c’è per la prima volta un vero confronto non mediato tra Adora e Camille, ma ne viene fuori solo una rete di minacce silenziose, oltre che all’ammissione silenziosa che nella situazione data il loro conflitto si dovrà risolvere con una vincitrice una perdente, fattore che non consiste in un tutta questa grande rivelazione, di fatto, mentre d’altro canto un conquistatissimo Willis accetta la nudità sfregiata di Camille muovendo così, molto probabilmente, il primo passo verso il baratro. Come già detto, un episodio interlocutorio, che porta avanti le esigenze narrative sottotono, in particolare i momenti ovvi, così da non andare a pesare troppo sulla leggiadria della puntata, e apre la strada alle ultime tre parti che andranno a suggellare questo miniserie. Non bisognerebbe mai stancarsi di ripeterlo, serviva un’accelerata, un colpo in grado di portare la serie su altri binari sin da subito (non in termini di ritmo, beninteso, la lentezza è d’obbligo in contesti come questo) foriero della volontà di fare qualcosa di più del solito adattamento thriller finto raffinato. E invece nisba.