Che il Festival del Cinema di Berlino sia una manifestazione che fa politica attraverso l’arte, lo prova questo potente e bellissimo documentario, che arriva dall’Ucraina proprio in concomitanza di trattati cosiddetti di pace che nei quali, però, di pace poco sembra esserci per questo tormentato Paese.
È una panoramica attraverso le città dell’Ucraina che ormai da tre anni conosciamo dai telegiornali per le orribili stragi colà perpetrate, da Bucha, a Kharkiv, a Mykolaive e tante altre, fino a Kiev.
Eppure, non è quell’orrore atroce che la regista ci mostra, bensì l’immane e capillare sforzo dello Stato per mantenere un livello di istruzione alto e diffuso. Una battaglia immensa ma pacifica che uno stuolo di insegnanti portano avanti per continuare a dare un futuro alle giovani e nuove generazioni, a quei 7 milioni i ragazzi ucraini in età scolare (un milione dei quali sfollato all’estero) affinché le loro vite non siano ridotte a totali vittime della paura e del dolore, ma possano costruire una speranza e un domani di rinascita e crescita.
Con dolcezza unita a una didattica efficace, ai bambini più piccoli viene insegnato ad aprirsi al mondo, a non escludere nessuno per razza o capacità, alla conoscenza di una lingua straniera, ma anche a stare attenti ai pericoli, come quelli di bombe e mine inesplose.

Ai più grandi viene insegnata la bellezza, l’armonia, la musica e la danza, ma anche a manovrare un drone o come fare in caso di attacco, come difendersi, come rianimarne una persona.
Anche se la guerra è ovunque e le fotografie dei papà al fronte stanno lì, appese a scuola a ricordare che quella è la realtà, anche se alcuni bambini piangono ogni volta che vedono quei ritratti, il documentario non mostra stragi e non cede a nessun sentimentalismo; mostra invece come gli inseganti sappiano infondere fiducia e comprensione, amore per lo studio e impegno per il bene futuro del proprio Paese; mostra quanto la cultura e la fratellanza siano il campo di una pace ben più importante di quello delle armi e della propaganda dell’odio.

Un momento toccante nel corso della presentazione è quando un giornalista statunitense ringrazia: “Ora abbiamo ben chiaro perché dobbiamo continuare ad aiutare l’Ucraina”.
La regista Kateryna Gornostai, da pochi giorni diventata mamma, è nata a Lutsk, Ucraina, nel 1989. Dedica questo documentario al fratello Maxim, morto nel 2023. Ed l’unica, comprensibile, concessione al lutto. Dopo la partecipazione alla Berlinale del 2021 nella sezione Generation 14+ con il film Stop-Zemlia, che vinse l’Orso di Cristallo, con il documentario Timestamp partecipa, questa volta in concorso, alla Berlinale del 2025.





















