La mostra – curata da Juliana Engberg – ritrae un mondo “possibile”, una ideale collettività che continuamente si integra e disintegra, rivoluzionandosi senza sosta e riformandosi costantemente davanti all’occhio attento dello spettatore.In un momento storico nel quale la democrazia sembra essere in crisi, quello che Mesiti ci mostra è l’intensità e la forza del concetto di “comunità”: il gruppo facente parte di questa “assemblea” esemplare si evolve e muta grazie ad un sistematica – ed ogni volta nuova – generazione data da una serie di traduzioni ora polifoniche, ora dissonanti e/o cacofoniche che hanno il loro culmine in un momentaneo e corale tentativo finale di armonia.
Per fruire dell’installazione (composta da tre video che presentano la stessa scena da altrettanti e differenti punti di vista) lo spettatore è invitato a prendere liberamente posto nel piccolo anfiteatro (che ricorda per colori e struttura le stesse aule parlamentari – quella italiana e quella australiana – proiettate sugli schermi) ricreato da Mesiti, e ad interagire scegliendo di volta in volta quale video osservare e – quindi – con quale parte dell’opera idealmente dialogare.
Mesiti si serve della macchina stenografica Michela (brevettata – ispirandosi ad un’idea della musica come linguaggio universale – da Antonio Michela Zucco nel 1876 ed ancora oggi in uso nel Senato italiano per la redazione dei verbali). La macchina – simile ad un piccolo pianoforte – viene utilizzata per ricodificare un poema dello scrittore australiano David Malouf; il poema è successivamente trasposto (e quindi tradotto nuovamente, utilizzando diversi codici) in musica dal compositore Max Lyandvert ed eseguito da una serie di musicisti che – esibendosi con strumenti differenti, singolarmente o all’unisono – occupano alternativamente i tre schermi.
I processi di traduzione, attuati attraverso le differenti codificazioni, mettono in risalto quanto importante sia (soprattutto in questo momento storico) porre le basi per un dialogo ed una comprensione dell’ ”Altro” perché questi (nel processo di governo in particolare, ed in generale nella società) possa sempre avere la certezza – quando decide di far sentire la propria voce – di essere ascoltato, e che il suo messaggio (con i giusti mezzi, correttamente decodificato) possa essere interamente – e per quello che è – riconosciuto.





