Gosha e Marina sono una coppia di sposi bulgari vicini alla pensione, abituati ad arrotondare con i classici mezzucci imparati ancora in epoca sovietica, quando valeva l’adagio per cui “chi non ruba allo stato ruba alla propria famiglia”. Con le mazzette autoritariamente imposte con nonchalance ai propri clienti (in ospedale come in ferrovia) i due sornioni vecchietti riescono a mettere da parte fra mille fatiche un gruzzoletto che permetta loro (in realtà più alla moglie ossessionata da una visione ingenua e cartolinesca della Russia) di fare un sospirato viaggio a Pietroburgo e dintorni. Purtroppo questa loro vita fatta di imbrogli ed illusioni deve fare i conti con alcuni problemi seri e reali, come l’invasione russa dell’Ucraina e le conseguenti sanzioni europee imposte allo stato aggressore.

La coppia registica (e anche nella vita matrimoniale) composta da Kristina Grozeva e Petar Valchanov rappresenta, insieme a Stephan Komandarev, un classico esempio di habitué ai festival cinematografici internazionali per il proprio paese, una Bulgaria che, almeno se dobbiamo credere alle narrazioni dei tre registi sopraindicati, fa molta fatica a liberarsi dai lacci del passato.
I due autori del presente film sono arrivati al quinto lungometraggio a quattro mani, rappresentando diverse volte il proprio paese nella corsa all’Oscar, e alternando Toronto e Karlovy Vary per le premiere mondiali, e mentre non abbiamo ancora visto il loro precedente Triumph (2024), che sembrerebbe essere incentrato su un oggetto alieno ritrovato in Bulgaria…ricordiamo invece il loro precedente passaggio su questi lidi cechi, quando si erano addirittura portati a casa il premio principale (qui parliamo del Globo di Cristallo al loro Father).

I loro film continuano a non convincerci appieno, in primis per una scommessa eccessiva sugli incastri di sceneggiatura, che lasciano in bocca una sorta di retrogusto finale di artificialità che stona con quello che gli autori vorrebbero probabilmente passare per semplice realismo descrittivo, magari con l’aggiunta di alcuni addentellati simbolici. Sia nel film che vinse qui nel 2019 che nel presente Black Money for White Nights uno spunto iniziale di ottima qualità tende un po’ a perdere di forza in un rivolo di svolte evolutive e (quasi) colpi di scena che alla fine stancano.
I due sposi attempati protagonisti del film vivono in un’attardata bolla antropologica sovietica, in cui la Russia rappresenta un mondo fatato di cupole dorate e viaggi transiberiani, la cultura e la poesia di quel paese alimentano una interpretazione totalmente apolitica che tanto più li lascia sguarniti di fronte all’esplosione della violenza invasiva del febbraio 2022. Come in altri film bulgari “da festival” il denaro è anche qui il correlato simbolico (quasi feticistico) di dissidi e contrasti più profondi: si va dalle bustarelle imposte per decenni dai due ai danni di poveri contribuenti bulgari al fine di potersi pagare il viaggio in Russia, ai prestiti umilianti e rinfacciati fra vari membri della famiglia, alla classica truffa compiuta da un’agenzia di viaggio nei confronti di clienti troppo creduloni, fino ad arrivare alle estorsioni ingannevoli dei clan delinquenziali di Sofia, cui i protagonisti si affidano con maggiore fiducia che alla polizia statale. Ci si aggiunga anche un ulteriore sottotesto (piuttosto superfluo) sull’infedeltà coniugale e l’infertilità, e già l’elencazione degli ambienti e delle situazioni evidenzia una certa sovrabbondanza di contesti e sottotrame, che, come accennavamo prima, non depone per la credibilità di certe svolte della vicenda.

Certo, i temi importanti ci sono tutti: l’impreparazione degli anziani verso le sfide della contemporaneità, l’indifferenza di certe fasce della popolazione (tanto più nei paesi entrati nella Comunità Europea dopo anni di burocrazia pseudo-socialista) per il pericolo rappresentato dai regimi autoritari, l’incapacità di liberarsi da vecchi vizi e stereotipi culturali, l’assenza o poca fiducia nello Stato e nei suoi organi di controllo, ma le notti bianche pietroburghesi spalmate sul nero del sottosuolo delinquenziale bulgaro alla fine danno vita ad un’opera leggermente scolorita…





















