Già presente nella sezione Classici con Vive l’amour (1994), il film che gli valse il Leone d’Oro a Venezia51, restaurato per l’occasione dal Taiwan Film and Audiovisual Institute, Tsai Ming-liang non è venuto al Lido a mani vuote, regalando al pubblico del festival l’anteprima del suo ultimo mediometraggio Hui jia (Back Home). Opera più affine alla videoarte che al cinema, spogliata di qualsivoglia coordinata temporale e in cui la circoscrizione dello spazio sottintende alla ricerca di un non-luogo che promana dal regista e abbraccia discorsivamente i suoi collaboratori più stretti, ne testimonia l’indefesso percorso di autoindagine, da qualche anno a questa parte concretatosi nella forma corto. Fuori Concorso.

Nel Laos rurale, tra villaggi, mercati e fiere di paese che corrispondono al paesaggio dell’infanzia di Anong Houngheuangsy – il nuovo pupillo di Tsai, coprotagonista dell’ultimo lungometraggio propriamente narrativo Days (2020) –, la presenza del regista si eclissa, lasciando come unica traccia una macchina da presa il cui occhio è a fasi alterne ospite e intruso, e la cui estraneità sembra essere percepita più dal suo invisibile operatore che dai soggetti che riprende. Nella sequela di case, animali e uomini che si succedono dinanzi all’obiettivo, si nasconde forse un desiderio di appartenenza, di essere a propria volta parte della realtà prima che questa si faccia immagine.

Back Home

Ostico e difficilmente apprezzabile per il suo approccio radicale al profilmico, Back Home può trovare giustificazione unicamente considerando la filmografia di Tsai degli ultimi cinque anni, insieme alle vicende private che prescindono dall’oggetto-film. Sempre più ostacolato nella sua carriera di attore da dolori cronici al collo e alla schiena, documentati nel suddetto Days, Lee Kang-sheng ha in una certa misura perduto la capacità di fungere da alter-ego di Tsai e delle sue proiezioni sentimentali, ragion per cui quest’ultimo, dovendo fare di necessità virtù, si è sempre più spostato verso un cinema di indagine solipsistica, dove il corpo umano si è fatto progressivamente, da vettore dello spazio urbano, – il monaco itinerante di Abiding Nowhere (2024) – funzione dello stesso, trovandosi così a essere in Back Home una presenza collaterale – per non dire di disturbo – a quello che è sempre stato il vero protagonista del cinema di Tsai: il vuoto.

Il secondo ragionamento che permette di decifrare Back Home è poi quello della necessità di fare i conti con il senso di sradicamento vissuto da Tsai sin dall’infanzia, e che per certi versi costituisce il punto di maggiore affinità con Anong, candidato a diventare il nuovo attore-feticcio dell’autore in un’ipotetica fase post-Lee Kang-sheng.

Back Home

Come rivelato nel corso di una conversazione intrattenuta con gli spettatori della Mostra qualche anno fa per la presentazione del restauro di Goodbye Dragon Inn (2003), Tsai, come tanti suoi connazionali sparpagliati nel Sudest asiatico a causa della complessa situazione politica della Cina in quanto entità ancora territorialmente in divenire, tra chi progettava di tornare nel continente alla prima occasione utile e chi invece vedeva nell’isola di Formosa una possibile conclusione della diaspora cinese, ha trascorso tutta la sua gioventù in una enclave in territorio malese.

La stessa identità di Tsai in quanto taiwanese è da considerarsi una formazione successiva, cementata dal trasferimento a Taipei in età adulta e dalla consacrazione ivi avvenuta in quanto autore, ma eccezion fatta per la lingua che si parlava in casa e per i wuxia di cui era avido consumatore, per Tsai la nazionalità è sempre stata un concetto nebuloso, e forse più che altro un modo per trovare una propria collocazione in quanto esule.

Da qui, la volontà di rinforzare ulteriormente il sodalizio con Anong, facendosi accompagnare – da turista, gli si potrebbe pure rinfacciare – nel suo Laos, i cui scorci, di durata non superiore ai tre minuti ciascuno, costituiscono le cellule dell’organismo nostalgico che è Back Home. Proiettando sui paesaggi laotiani la nostalgia per una terra natìa che non è comunque la sua, soppiantata nel tempo dal più lungo periodo di residenza a Taiwan, Tsai sembra implicitamente voler trovare una risposta alla domanda: chi ero prima di diventare Tsai Ming-liang?

Back Home

In questo senso, la spedizione di Tsai nei territori di Back Home, paradossale ricerca di familiarità e comunione di spirito in un luogo che rappresenta semmai l’alterità assoluta, con la sola mediazione del legame affettivo-professionale con Anong Houngheuangsy, è sin dall’inizio senza possibilità di successo.

Le valigie del regista, riprese in una stanza d’albergo, lascerebbero suppore che il viaggio volga ormai al termine, e che la parentesi escapista avrà vita breve. Eppure, allo stacco successivo le vedute di case e cortili riprendono imperterrite, confutando la congettura del viaggio come semplice diversivo: Back Home è semmai un’anabasi nel territorio dell’anima che, dietro la promessa di una sintesi tra il corpo pre- e post- autoriale di Tsai, lo intrappolerà per sempre in uno spazio che non può per forza di cose appartenergli. Ed è forse questa l’unica volta in cui il regista taiwanese si ritrova prigioniero della propria creazione – anche se, probabilmente, era proprio questo che sperava di ottenere.