In seguito all’esordio in lingua inglese (ma con massiccia presenza italiana nel cast) Storia di mia moglie, Ildikó Enyedi fa effettiva visita l’Italia con la sua presenza a Venezia dopo più di trent’anni, quando, ancora fresca del felice esordio Il mio XX secolo, portò in concorso un presto dimenticato adattamento de Il franco cacciatore di von Weber. Silent friend è il suo sesto lungometraggio e il suo vero protagonista è un mastodontico gingko biloba; quantomeno curioso, giacché anche Büvös vadász letteralmente girava attorno a una quercia septuacentenaria.
Marburgo, 2020, 1972, 1908. Nella stessa università, nei pressi del giardino botanico che ospita l’antico albero di cui sopra, prendono vita tre storie differenti, ognuna fedele al suo presente, sul medesimo sfondo verde. Una pianta gioca un ruolo chiave in ciascuna di esse, trovando il modo di insinuarsi nella vita dei protagonisti e cambiarla per il meglio. Nella prima, in supporto digitale, un neuroscienziato hongkongese – Tony Leung – individua una possibile svolta nelle sue ricerche sul cervello neonatale sperimentando con il gingko e durante il lockdown inizia a elaborare una singolare teoria collaborando con una dendrologa – Léa Seydoux; nella seconda, in alonato 16 mm, uno studente di lettere e una di botanica, provenienti da dimensioni lontane, riescono a connettersi e a capire chi sono grazie a una piantina di geranio; nella terza, in b/n 35 mm, la prima studentessa a essere ammessa alla facoltà di botanica trova nella rudimentale tecnica fotografica un modo innovativo per rapportarsi all’oggetto dei suoi studi.
Ognuno dei tre quadri illustra una mutazione nell’umano per mano del vegetale; mutazione che risiede sempre nella differenza di percezione del tempo frai due regni. Come spiega la scienziata interpretata dall’attrice francese all’inizio, noi consideriamo le piante non intelligenti solo perché, a latere di poche eccezioni, non hanno i nostri stessi tempi di reazione, ovvero vivono il tempo in maniera diversa dai sapiens. Le tre storie di snodano intrecciandosi, senza pur mai interagire, e andando avanti e indietro nel tempo così da risaltare i cambiamenti nei rapporti sociali che ogni epoca codifica, cambiando a sua volta la nostra percezione della realtà anche in lassi cronologici relativamente brevi. L’opera di divulgazione del neurobiologo Anil Seth è la fonte di ispirazione dell’intero film, come chiarito dalla stessa Enyedi, e l’assunto secondo il quale il cervello è in costante produzione di un’allucinazione controllata che noi chiamiamo realtà rappresenta il punto di partenza del ragionamento dell’autrice ungherese.
È particolarmente evidente già dal primo episodio, privilegiato rispetto agli altri due quanto a screentime, che introduce subito una questione critica dell’antropocentrismo: la mente è definita dal corpo ed è impossibilita a sondare il mondo percettivo di un’altra tipologia di essere vivente, ma non potervi accedere non significa che questo mondo non esista. Come si percepisce allora l’Altro? Questo sembrano chiedersi i protagonisti, lontani fra loro ma accomunati dal fatto di essere sempre estranei rispetto al contesto, come venuti da un altro mondo. Sono lontani non biologicamente ma culturalmente (chi perché proviene dall’Asia, chi perché cresciuto in campagna, chi perché donna in un microcosmo maschile), a ulteriore dimostrazione di come il tessuto della nostra verità condivisa è frutto di un’incessante processo di costruzione e rielaborazione. E la natura di tale processo appare interamente inscritta nel tempo; l’approccio della regista non possiede quella sfumatura esistenziale che individua la caratteristica precipua dell’uomo nell’abitare la dimensione della temporalità, ma pone l’accento sui limiti puramente logici della realtà oggettiva – che è sempre a sua volta una realtà percettiva.
Siamo tutti nel tempo e come lo percepiamo ci dice chi siamo. Un pensiero umano è per forza di cose antropomorfo e non può pensare (o pensarsi) al di là della sua stessa struttura, ma il fatto che i due universi percettivi siano ineffabili non significa che non esistano degli spazi liminali in cui può avvenire una qualche rozza interazione. Tutti e tre i protagonisti infatti cercano di aggirare la sperequazione sensoriale che ci separa dal mondo vegetale, finendo a loro volta incontro a un processo di metamorfosi. Ognuno di loro vede la propria concezione dei legami umani profondamente corretta rispetto a prima. Ed Enyedi riesca a catturare con divertita efficacia la fragilità dei legami interpersonali, la goffaggine con cui tutti i personaggi si rapportano con l’ambiente circostante. Ogni contesto storico-sociale ha le sue connotazioni che, evolvendosi continuamente, rivelano il carattere effimero e transitorio delle strutture che formalizziamo e abitiamo. Silent friend è costellato di piccoli momenti di dolce umorismo in cui si ride dell’imbarazzo che sorge nello spazio vuoto tra due persone che provano a comunicare senza poter essere mai certe di capirsi fino in fondo.
Il ritmo si snoda fra radicali suggestioni cognitiviste e una serie di situazioni al confine dell’archetipico che potrebbero appartenere tranquillamente a una commedia sentimentale francese. La prospettiva incline al magismo e sempre contrassegnata da una certa naïveté tipica dei lavori più tardi dell’autrice magiara accentua il tono incantato del film, che inizialmente era stato pensato per essere un mediometraggio con soltanto Seydoux e Leung, più o meno simile all’episodio identificato come primo. Dopo la decisione di farne un’opera compiuta sono state innestate altre due linee narrative collocate nel passato che bilanciano, con la loro leggerezza e l’atmosfera da storia di formazione, le velleità teoricistiche del filone principale, pur non amalgamandosi mai al flusso globale del racconto e assumendo, durante lo svolgimento, rilevanza accessoria; un tronco e due rami, per rimanere in argomento.
Silent friend è un film meno cervellotico e più amichevole di quanto non possa apparire a una prima lettura, dall’animo un po’ hippie esattamente come i protagonisti della seconda traccia narrativa, ma ospita, organizzandovisi attorno, il principio di una riflessione di ampio respiro sul legame tra l’umanità e il tempo, per quanto circoscritta a una delle prospettive più maliose. La scelta è stata quella di non adottare un criterio fenomenologico ma di rifarsi all’ottica del “delicato empirismo” di Goethe, in modo da filtrare attraverso l’epistemologia un auspicio ambientalista. E come Enyedi dipinge l’intimità rimane sempre meritevole dell’accesso a qualunque concorso festivaliero, a prescindere dalla presenza o meno di un albero millenario.










