Alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia è possibile visitare fino al 2 marzo “Mani-Fattura”, esposizione dedicata alla produzione in ceramica di Lucio Fontana (1899 – 1968).

La mostra percorre un ampio arco dell’esistenza del noto artista, dimostrando come l’interesse per la ceramica abbia costellato l’intera vita di Fontana e come egli abbia dedicato grandi attenzioni a sperimentare e plasmare la materia. In effetti le creazioni esposte in mostra avvicinano il pubblico ad un lato meno conosciuto dell’artista, ricordato principalmente nell’atto rivoluzionario di squarciare la tela davanti a sé per “far passare l’infinito”. Ed ecco che, invece, la terracotta fa emergere un altro aspetto dell’artista, più riflessivo, intimo, a tratti sofferente.

La ceramica per Fontana non è solo espressione artistica o momento di ricerca; lavorare la ceramica è anche una terapia, un aiuto concreto contro qualcosa che lo turba e che probabilmente va ricercato nella sua giovane e volontaria partecipazione alla Prima Guerra Mondiale.


La prima sala della mostra presenta le ceramiche degli anni Trenta, che manifestano la voglia di scardinare il linguaggio della tradizione appreso all’Accademia di Brera per approdare a una nuova estetica contemporanea. I busti femminili, realizzati in terracotta con leggeri tocchi di colore, parlano un linguaggio antico ma sono proiettati verso una nuova visione liberatoria, come quel movimento della Ballerina di Charleston, probabile tributo in gesso a Josephine Baker. Il periodo trascorso alla manifattura di Sèvres e poi con Mazzotti ad Albisola permettono a Fontana di studiare un nuovo linguaggio creando un repertorio animalesco dal dinamismo barocco attraverso ceramiche smaltate e superfici vivaci. Successivamente, con l’incupirsi delle prospettive sociali e l’emergere dei vari totalitarismi, sembra riemergere in Fontana il trauma della sua giovinezza.

La scultura Torso Italico, nata in ambiente culturale fascista (ma non dimentichiamoci che tanti artisti, anche dissidenti, all’epoca partecipavano a mostre e premi sostenute dal ministero fascista di Bottai) dovrebbe rappresentare una rivisitazione dell’Augusto di Prima Porta quale soldato vittorioso. In realtà quello che si vede è un uomo bloccato nel fango con buona parte degli arti mutilati. E ai suoi lati il mantello sembra impastato nel sangue che il giovane Fontana ha visto versato sul Carso. Uno squarcio profondo emerge dal terreno sul quale l’uomo cammina, una trincea dell’anima che proietta un’ombra di inquietudine anche sui futuri tagli. Non a caso questa scultura non fu mai acquistata dall’élite fascista.

Fontana torna in Argentina allo scoppiare della Seconda Guerra Mondiale, per lui una nuova guerra è una situazione troppo pesante da affrontare. Ancora una volta la ceramica corre in suo aiuto, l’artista allevia le ferite della vita nella modellazione dell’argilla. Le opere del dopoguerra, con il conseguente rientro in Italia, dimostrano la continua crescita dell’artista in questo campo, i ritratti di donna (la moglie Teresita, la giornalista Milena Milani, il Ritratto di Esa Mazzotti) dimostrano un Fontana maturo e consapevole delle possibilità del materiale.
Ma non è finita, la produzione che dimostra l’alto livello espressivo raggiunto da Fontana è legata alle opere di tematica religiosa per committenti privati. La Deposizione e in particolare le Crocifissioni rivelano una indiscussa maestria, dove basta una piega della materia e un tocco di blu per vedere il volteggio di un angelo. Proprio nei dieci Crocifissi in terracotta invetriata Fontana tocca le punte estreme della bellezza, nei moti e nelle contorsioni del corpo umano, spinto in una torsione al limite dell’astrazione, risiede la sofferenza e la resistenza della vita e dell’arte.

Infine, i Concetti spaziali rappresentano un cerchio che si chiude; nelle ceramiche delicate oltrepassate dai buchi o nelle pesanti sfere aperte e plasmate a mano (con le ditate dell’artista ancora in evidenza) si avverte uno scambio di sentimenti tra ambiente, opera e pubblico.


Forse l’esposizione meritava un capitolo in più dedicato al rapporto tra la ceramica di Fontana e l’architettura del Novecento, di cui vi è un accenno nel video a fine mostra; comunque questa mostra, con le sue settanta opere esposte, stimola una riflessione su un artista molto noto ma ancora da studiare e capace – a quasi sessanta anni dalla morte – di continuare a rappresentare il contemporaneo.

Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana
Peggy Guggenheim Collection, Venezia
11.10.2025 – 02.03.2026
Info: https://www.guggenheim-venice.it/it/visita/
Giovedì dalle 14:00 alle 18:00 gratuito per residenti e nati nel comune di Venezia.






