Dopo il sorprendente Enys man, rivisitazione sperimentale nel solco del filone folk horror che ben figurò nella Quinzaine, Mark Jenkin approda a Venezia in sezione Orizzonti con Rose of Nevada, una riflessione sul senso di comunità e solidarietà dalle sembianze vagamente fantascientifiche con radici sempre ben piantate nel cuore della Costa Cornica.
«C’è una sola cosa peggiore di essere in mare ed è non essere in mare» recita ermetico il navigato skipper dell’eponima Rose of Nevada una volta rimessa a nuovo e preparata per solcare le onde. La questione però sta a monte, e riguarda la barca stessa, un peschereccio lurido salpato per la consueta tre giorni di pesca un giorno dell’agosto 1993 e mai ritornato, ritenuta dispersa nel Mare Celtico assieme all’equipaggio di tre uomini. L’intera comunità, poche anime abbruttite di un piccolo borgo costiero della Cornovaglia che orbitano attorno all’unico pub della zona, è rimasta traumatizzata dall’evento, quasi bloccata nel tempo. Esattamente trent’anni dopo però quella stessa barchetta è di nuovo in porto, chissà come riportata al punto di partenza da un’impossibile deriva. È un segno, pensano alcuni degli abitanti, la Rose deve riprendere il mare per pescare, l’intero villaggio potrebbe rinascere. Nick – George MacKay – accetta di imbarcarsi nel tentativo di provvedere alla giovane moglie e alla figlia neonata, mentre Liam – Callum Turner – vuole mettersi alle spalle un passato imprecisato. La pesca è fortunata, il terzetto – completato da un Francis Magee senza nome – ritorna a casa. Però i trent’anni sono scorsi a ritroso, è di nuovo il 1993 e i concittadini rivedono in loro i membri originali dell’equipaggio che affogarono all’epoca e dal cui mancato ritorno mai più si ripresero. Non essere in mare diventa davvero terribile.
Formalmente dev’essere fantascienza perché il viaggio nel tempo, per quanto sui generis come nel caso presente, è un tropo che appartiene ai codici del genere, ma il terzo film di Jenkin reitera le atmosfere drammatico-orrorifiche di Bait ed Enys men come se fosse una necessità. Al di là di quanto la definizione stessa di folk horror possa essere approssimativa, viene da pensare legittimamente che un film ambientato sulla Costa Cornica non possa che essere un folk horror, perché laggiù nulla sembra essere in grado di assumere una forma se non all’interno delle coordinate di un serpeggiante terrore quotidiano. Anche Rose of Nevada parla di terrore, anche Rose of Nevada è immerso in atmosfere drammatico-orrorifiche. Invero l’intero film è un’atmosfera; esso incorre un senso, una percezione di silenziosa e invisibile oppressione, frutto di un trauma che perfora ancora la psiche collettiva del villaggio, come se ogni abitante non fosse che una parte di un super-organismo, e ogni spazio fisico a sua volta un luogo psichico. Il villaggio di pescatori che non pescano più è un’entità unica, nel 2023 smembrata dalla perdita dei tre uomini che a distanza di un quarto di secolo continuano a piangere, incapaci di superarla e di ritrovare quella strana condivisione percettiva che pulsava vita fra le strade e in ciascun corpo o mente.
Liam si adatta ben presto alla nuova realtà e al suo nuovo io, era già disposto a dimenticare tutto ben prima, perciò non si pone domande, mai e di nessun tipo, e vive per sottrazione, appiattito come sul fondale marino mentre il mondo (un altro mondo) gli accade intorno. Nick reagisce, o meglio impazzisce, si ribella, non riesce ad accettare la perdita della sua famiglia, fino a quando non capisce, dopo essere arrivato a un passo dal suicidio, come stanno effettivamente le cose. Trovarsi suo malgrado in quella situazione lo porta a comprendere il significato ultimo della nozione di “comunità”, a capire come caricarsi un fardello sulle spalle e accettare la responsabilità per altri uomini, che a loro volta si fanno carico di altri ancora, come una rete, per resistere assieme agli sconvolgimenti dell’esistenza. Rose of Nevada è uno studio di cosa può voler dire solidarietà quando questa, nel suo stadio tragico, implica un sacrificio personale. La Rose nel 1993 non ha perso il suo equipaggio in mare, almeno non del tutto, perché uno dei tre sparì, non presentandosi il giorno della partenza, lasciando gli altri due a soccombere per mancanza di mani da mettere in manovra durante una tempesta. E allora Nick abbraccia la nuova realtà, inquietante come solo Jenkin sa renderla, affinché quella nuova linea temporale non vada incontro al destino che lui ha già conosciuto per il suo tempo. Gettatezza in purezza.
Rose of Nevada affronta quindi il sacrificio del singolo per il bene comune, una vocazione orfana di una spiegazione logica così come lo è il microcosmo costruito nel film, che vive di una tonalità espressiva autonoma separata anche dalla sua stessa natura metaforica, in alcuni passaggi quasi didascalica. Stile e stilematica non possono ingarbugliarsi nemmeno dinanzi al più disattento degli sguardi. L’intero girato è stato filmato in pellicola da 16mm con una vecchia Bolex a manovella e il comparto acustico è stato realizzato del tutto a parte dallo stesso regista nel tentativo di costruire una colonna sonora indipendente, un alfabeto di vibrazioni dal timbro unico che catturi il tessuto irregolare di questa realtà liminare. E non servirebbe nemmeno specificare la scarsa resistenza di quest’ultima ad accogliere in sé una dimensione onirica costituita unicamente da incubi confusionari, spesso votati al simbolismo più esplicito, quasi twinpeaksiano. Anche i confini fra i vari flussi temporali si accavallano come onde, confluendo gli uni negli altri fino a quanto un confine nemmeno si scorge; si scorgono invece graffi sulla cellulosa, riflessi rossastri e bruciature, e tanti dettagli superflui di regia, close-up insistiti su mani, piedi, guanti, pesci eviscerati, crepe e via andare, impregnati da un leggero ralenti, segni di un aspetto tattile a contraltare dell’impenetrabilità dell’atmosfera così stratificata.
Rose of Nevada assomiglierà a una strana rivisitazione dell’Olandese volante wagneriano-heineiano, ma in fondo è una deriva psichica dipinta su uno schermo che non potrebbe essere più fisico, interessata a tratteggiare che forma prenderebbe un trauma inelaborabile se il cervello umano fosse un umido grappolo di case appese a una costa rocciosa. Poche cose potrebbero facilmente definirsi più autarchiche: Jenkin nell’autarchia scopre il senso ultimo del film, nella negazione di un intero mondo oltre l’innominato e innominabile villaggio Rose of Nevada può essere l’allegoria chiara e corporea che è. Solo nello spirito autentico di solidarietà comunitaria la Totenschiff cornica può tornare in porto, e con essa quell’oscura pletora di anime rotte nel didentro che in qualche misura partecipano, coi loro oscuri rituali collettivi svuotati ormai di ogni accessibilità, al ciclo di carico e scarico del pesce dal peschereccio, unica fonte di vita nello scenario attuale, e forse unico modo per prendersi cura degli altri.










