I più attenti di voi al cinema indonesiano non potranno non riconoscere in Lesmana, il silenzioso uomo di mezza età del prologo, Ray Sahetapy, caratterista consumato nel ruolo del vigliacco boss criminale, la cui interpretazione più conosciuta rimane quella dell’unto occupante dell’ultimo piano del grattacielo che era l’ambientazione di The raid. In May the Devil take you, ultima fatica di Timo Tjahjanto prodotta e distribuita da Netflix, Ray è certamente molto pulito per gran parte del film, peccato che però accada fuori scena in un tempo eliso da un salto temporale, e che questi ricompaia sul letto di morte coperto di pustole sanguinolente. Un tempo Lesmana aveva potuto godere di salute però, così come di una grande ricchezza, frutto degli avvenimenti iniziali del film, che illustrano un rito compiuto dal Diavolo –  nel corpo di una strega – per assicurargli una vita di beatitudine, ottenendo in cambio la sua anima, come da copione. Su uno dei piattini della bilancia dell’oscuro baratto s’aggiungeranno presto anche le anime dei quattro figli, sacrificate per prolungare i godimenti, ma a una certa ora arriva il momento di fare i conti.

Conti che si faranno nella casa di campagna, luogo che nel corso del film diventa sia angusto che follemente stratificato per fare spazio alla serie di minacce che verranno a reclamare le vite rimanenti dopo aver preso quella di Lesmana. Una casa che separa i protagonisti dal mondo e congiunge il cinema di Tjahjanto con una delle sue ispirazioni più evidenti, corrispondente al nome di Sam Raimi. E infatti May the Devil take you non impiega troppo tempo per trasformarsi in uno slasher vecchio stampo, abbandonandone però la semplicità della struttura. Si tratta di un’opera, nel bene e nel male, pantagruelica: lo è per la quantità degli elementi in gioco, dai rimandi folkloristici ai riferimenti a un immaginario più omogeneizzato nel cinema orrorifico, per il passaggio continuo dallo splatter più puro all’estetica del cinema giapponese. Tutto è esagerato, gli schizzi di sangue diventano fiumi in piena, le stanze ne vengono allagate, la CGI sul versante opposto si fa sempre più invadente, sprofondando (volontariamente) nel trash.

E quando il piano presente è saturo, Tjahjanto inizia a introdurre analessi a ritmo incalzante variando la fotografia ma non l’effetto generale, con una serie di piani dal basso illuminati fino al punto in cui non si distinguono bene le figure e l’atmosfera rimane scura. Passato e presente imboccano un percorso convergente nel solito montaggio alternato frenetico che porta la prima dei quattro figli, quella avuta con la prima moglie e allontanata con la morte di questa (concessa al demonio per l’amore di un’avvenente attrice) a scoprire le motivazioni e le modalità delle azioni di Lesmana e così la causa di quello che sta accadendo ora nella casa. Mentre Alfie, questo il suo nome, si sovrappone allo spettatore e comunica con esso spiegandogli, direttamente e non, le svolte narrative, il regista effettua l’interessante scelta di mantenere vivo il legame trai due piani temporali e condurre, di pari passi alla escalation di corpi maciullati e all’appropinquarsi del Diavolo, un parallelismo tra passato e presente, insistendo su una sfumatura di violenza psicologica più sottile di quanto non si potrebbe sperare da un film che inizia a fare mostra fin dal principio di un tale tasso di emoglobina.

Tjahjanto porta avanti, nella seconda metà del film, un accostamento tra la brama del padre e la cieca furia demoniaca, feroce il primo tanto quanto Lesmana è stato spietato nel gettare via le vite dei suoi cari. Da lì emerge la consapevolezza silenziosa nei protagonisti che la salvezza alberghi necessariamente nell’unità familiare: ritrovare i legami spezzati diventa la via di fuga, in un contesto che però di fa sempre più intraconflittuale nel quale tutti sospettano degli altri, sapendo prima di ogni cosa che loro stessi sarebbero pronti a sacrificare i parenti per sfuggire a quell’inferno. Senza perdersi in una ricostruzione edificante, Tjahjanto centra il bersaglio quando si tratta di generare ancora più suspense problematizzando la situazione dall’interno anziché dall’esterno e non lesinando sulle parole e sulle immagini nel riproporci l’idea di una malvagia ma corretta simmetria: i peccati si scontano in una sorta di ciclo causa-effetto naturale e l’atto di fiducia nella famiglia, che totale non sarà mai – è inevitabile – e in virtù de quale si sconterà il fio, diventa l’unica opposizione alla mancanza di amore per i propri cari di Lesmana.

Ma se questa sorta di sottotesto che dovrebbe potenziare il corpo del film adempie alla sua funzione, è la componente primaria di violenza visiva, di estetica grandguignolesca a fiaccare il ritmo dell’opera, che diventa presto ridondante e priva di mordente nella sua spasmodica ricerca dell’urlo e dello schizzo di sangue, dell’esagerazione fine a se stessa, pur con un registro stilistico estremamente variegato, che oltre La casa di Raimi si diverte a citare gli zoom di Tarantino e i giochi cromatici dell’ultimo J-horror, gioca cambiando spesso passo, accelerando all’improvviso salvo creare dal nulla qualche ritaglio umoristico per accrescere la tensione, e via dicendo. Più che un horror il film è uno horror vacui, come se la prima paura fosse quella di Tjahjanto, timoroso di concludere una sequenza senza grida finali o di ammazzare con gradualità i suoi attori, come se la sporca (di sangue) mezza dozzina di personaggi che ha a disposizione fosse insufficiente – quando in A night that never comes, per esempio, ne uccideva come se gli avessero garantito un bonus per ogni sbudellamento.

May the Devil take you tra le altre cose viene pochissimo tempo dopo proprio questo film, e si riduce a un povero divertissement che non ha nemmeno tutte le carte in regola per la categoria, affogando l’ultima mezz’ora nella frettolosità del prodotto industriale più che nel sangue. Sembra fatto giusto per quelle serate “Netflix & chill” animate più dalla mancanza di sonno che da altro: il tipico film che se fosse un piatto finirebbe percorrispondere all’ordine standard dal ristorante etnico sotto casa.