Katja è una ragazzina russa che passa alcuni giorni d’estate con i nonni, mentre la grande Storia le accade intorno e lontano e lei è ancora troppo giovane, per fortuna, per capire. Rimarrà nel suo paese anche quando avrà raggiunto l’età per comprendere che piega esso ha preso, oppure, come la regista del film, preferirà volare verso altri lidi?
Nastja Korkia è una giovane regista russa che potremmo, semplificando, ascrivere all’ampio e sfaccettato mondo dei “dissidenti riallocati” russi in mezzo mondo, ossia quel gruppo di artisti che in vari momenti e con varia intensità di spirito oppositivo hanno preferito abbandonare la russia, perché evidentemente il loro mondo creativo non troverebbe grande spazio in patria (solo fra i conoscenti mi vengono in mente Manskij, Sacharnova, Markov, Kachkin, Kurov, Rudnickaja, Zubova…). Ora vive in Germania, ed è attiva almeno dal 2017 con diversi corti, che a volte produce anche e monta in autonomia. Il suo documentario d’esordio, GES-2, è passato qui al Lido di Venezia nel 2021, e seguiva la ristrutturazione di una vecchia centrale elettrica grazie all’intervento del Renzo Piano Building Workshop, mentre altri suoi corti vanno dai toni intimisti di una processione funebre ad una prova più o meno ironica di sottoporre ad analisi autoterapeutica l’incubo putiniano (Dreams About Putin).
Qui Nastja prova a creare un affresco un po’ impressionista (per i toni) e cubista (per la destrutturazione narrativa) di alcuni giorni di una bambina cui toccherà vivere tutta la propria vita futura (almeno fino ad oggi) sotto il nuovo regime putiniano. Una ventina di quadri per lo più fissi, in cui pochi personaggi (la bimba stessa, i suoi parenti, qualche altro bambino) si muovono in un ampio paesaggio bucolico, che sembra essere ancora intatto e privo di violenza, la quale si manifesta solo in modo metonimico attraversi gli annunci radio: un attentato, una scuola in cui i terroristi hanno preso dei bambini in ostaggio (è la tremenda vicenda di Beslan, nel 2004), ragazzi morti nella seconda guerra cecena, mai esplicitamente nominata, ma chiamata “Operazione Speciale”, denominazione che dunque non è stata usata soltanto per la recente invasione dell’Ucraina.
La violenza, il Male ci sono, ma sono attutiti, lontani, e la bambina vive ancora in un Limbo pre-sociale che può ricordare il Malick edenico di alcune scene della Sottile linea rossa, ma soprattutto il Tarkovskij dello Specchio, con citazioni quasi sicuramente volute e funzionali di steccati, boschetti, superfici acquatiche che creano un soffuso mondo della memoria e dell’infanzia ancora ingenua e innocente. Viene dunque da pensare che l’elemento autobiografico svolga una sua non secondaria funzione in questa rapsodica ed episodica memoria estiva.
Se tutti questi elementi depongono a favore di una giovane artista che andrà sicuramente seguita, purtroppo nel complesso si nota qua e là un certo gusto autoreferenziale nel giocare con gli stereotipi stilistici di certo cinema ostico e decostruito che respinge mediamente l’attenzione dello spettatore medio, in quanto il “messaggio” rimane in buona parte nella mente dell’Emittente, e non si piega ad una ricettività più ampia. Un po’ più di compattezza avrebbe permesso di tenere insieme alcuni elementi che già di per sé non risultano evidentissimi a chi non fosse ferratissimo nella storia della federazione russa dell’inizio ventunesimo secolo. Una “short” summer con un respiro un po’ corto, dunque, ma auguriamo a Nastja una lunga carriera.









