“Six jours ce printemps-là” di Joachim Lafosse 

Sana (Eye Haïdara) ha due figli preadolescenti: insieme ai ragazzi lascia la routine quotidiana per passare qualche giorno diverso durante le vacanze di Pasqua. Insieme alla famiglia c’è anche Jules (Jules Waringo), con cui Sana si sta frequentando all’insaputa dei figli. La casa vacanze di Jules non è più a disposizione e, sotto consiglio dei ragazzi, Sana decide di recarsi in una lussuosa villa in Costa Azzurra, di proprietà di suoceri ed ex marito.

Inizia, così, un film che segue passo passo le azioni di quattro personaggi che devono fingere di non esserci, fino quasi al paradosso. Spesso, infatti, lo spettatore potrebbe chiedersi: è davvero rilassante vivere senza poter aprire liberamente la finestra? Senza poter usufruire di uno spazio aperto senza timore? Col terrore costante di essere riconosciuti da una vicina?

L’atmosfera della pellicola è, pertanto, caratterizzata dalla ininterrotta paura di essere individuato.

Purtroppo, nonostante un elevato numero di dettagli credibili, complessivamente le vicende narrate non sembrano del tutto verosimili. La scelta di incentrare sia metaforicamente sia per ragioni di scorrimento della trama il potere di prendere le decisioni nelle mani di Sana fa del personaggio una complessa eroina femminile, una figura con un contrasto interno marcato.

Dal punto di vista tecnico, l’opera è caratterizzata da una fotografia elegante, un uso dei colori misurato – in antitesi all’atmosfera di suspense crescente retta dalla trama – e una colonna sonora che accompagna in maniera non invasiva le emozioni del pubblico.

Gli spettatori, però, rimangono fino all’ultimo istante in attesa di un cambio di trama, che non arriva: il mancato rispetto di questo tacito patto tra fruitore e artista segna una scelta indipendente in un panorama cinematografico fortemente segnato dalle decisioni di case di produzione e, soprattutto, piattaforme di streaming, ma è una scelta funzionale alla forza del film? I temi principali di genitorialità e discriminazione razziale (subdola) vengono analizzati in una prospettiva inedita, con freddezza e con sospensione di giudizio, ma la mancanza di mordente finisce per annacquare il finale, poetico ma troppo aperto per una pellicola con questo sviluppo composto da sottotesti, non detto, non mostrato.