Temps Noveaux è un film che ibrida documentario e musical, dando vita a un esperimento sui generis che racconta una storia vera e le sue conseguenze con credibilità. Vengono intervistati, infatti, i discendenti di emigrati italiani un tempo impegnati nelle miniere: un mestiere pericoloso, ostile, con gravi conseguenze sulla salute dei minatori. Nella fattispecie, i familiari dei protagonisti vivevano a Villerupt, città francese al confine con il Lussemburgo.
Le vicende tracciate oralmente dai giovani vengono ricostruite – in una continua alternanza tra documentario e fiction – visivamente e interpretate da cantanti d’opera. Ecco, dunque, che parte del film diventa del tutto ascrivibile al genere del musical, proprio perché la narrazione prende forma tramite dialoghi cantati, ma la particolarità è che questi siano, di fatto, arie e recitativi d’opera, eseguiti in italiano da cantanti lirici.
“L’opera” vede protagonisti donne e uomini della famiglia italiana presa in analisi: i temi sono soprattutto sociali, ad esempio gli scioperi, gli scontri fisici tra operai e padroni, “la malattia dei minatori” che ha già mietuto vittime tra gli emigrati.
Risulta in tal senso interessante la causa che ha spinto il regista a scegliere proprio l’opera come genere per la parte musical di questo film, che alla fine si potrebbe definire in qualche modo sperimentale: cosa ascoltavano per sentirsi a casa gli emigrati negli anni ‘60?
Temps Noveaux dimostra, quindi, che l’opera è immagine di un’identità nazionale riconoscibile ed emozionante tutt’oggi, forse più all’estero che in Italia, dove ha i suoi estimatori, studiosi, conoscitori, appassionati ma al contempo viene vista come lontana, nel tempo e nella sensibilità, dalla massa.
In realtà, tematiche simili sono il fulcro delle trame di opere verdiane (tra tutte, certamente spicca la trilogia popolare) e non solo (si pensi, ad esempio, a Pagliacci di Leoncavallo o persino – seppur meno palese – a Il tabarro di Puccini).
Ciò che a prima vista potrebbe, pertanto, apparire un’assoluta novità, altro non è che un recupero e una rimediazione di un’arte sentita e antica, fortemente connotata territorialmente.
Complessivamente, l’esperimento risulta riuscito: si segue con interesse la storia della famiglia italiana grazie agli “intermezzi” operistici e le vicende sono supportate – grazie ad un buon equilibrio tra le parti – dai momenti propri del documentario. Più debole, invece, il focus su come il lavoro sia cambiato oggi: quanto espresso è già noto, sarebbe stato più fruttuoso impiegare quel tempo approfondendo ulteriormente le storie degli avi.
L’effetto finale, però, risulta leggermente straniante: da vedere per curiosità.






















