Dopo anni passati sul fronte, nonostante le terribili privazioni, la distanza da casa, la separazione dagli affetti, le ferite fisiche e morali, i compagni morti in battaglia, la sindrome da stress e tutto il terribile armamentario (post-)bellico, per alcuni “guerrieri” è più facile tornare al fronte che adattarsi alla vita normale in città e in famiglia. Perché la guerra ormai è dentro di loro.
Fra i vari documentari dedicati negli ultimi all’invasione russa dell’Ucraina ne abbiamo potuti vedere alcuni ambientati direttamente ed esclusivamente sul fronte (2000 Metres to Andriivka del Premio Oscar Chernov), che testimonia passo dopo passo una vera azione militare dell’esercito ucraino, o il quasi sperimentale e iper-osservazionale Real di Sencov, una sorta di presa diretta in trincea che segue le fasi di un’operazione di salvataggio senza alcun taglio o abbellimento estetico, altri che illustravano un lato specifico della distruzione, come la ricaduta ecologica dell’invasione sulle terre bombardate (Divia di Dmytro Hreshko) o la vergogna degli stupri commessi dall’esercito russo sulle donne ucraine (Traces di Alisa Kovalenko e Marysia Nikitiuk, passato nella sezione berlinese Panorama). Altri ancora poi illustravano maggiormente i riflessi e le conseguenze sulla popolazione civile, come Songs of Slow Burning Earth di Ol’ha Zhurba, passato a Venezia 2024, in cui osserviamo le reazioni della cittadinanza in diversi luoghi lontani dal fronte, oppure il difficile rientro in una sorta di “normalità”, dove si deve però fare i conti con ricordi orribili e condizioni post-traumatiche, come in No Obvious Signs di Alina Horlova.

A metà fra la vita sul fronte ed il rientro (impossibile) a casa, in un pendolo di immagini e situazioni rinvigorito da una particolare verve di montaggio semanticamente creativo si situa questo To Die to Live di Julija Hontaruk, unico film ucraino al Festival di Karlovy Vary 2026, di solito meno avaro di proposte provenienti da quel paese. Avevamo incrociato il nome della regista già in un progetto seminale a più mani, Euromaidan – Rough Cut (visionabile qui: https://vimeo.com/89969382), che nel 2014 vide l’esordio di diversi giovani registi della “nuova ondata” ucraina, uniti nel collettivo creativo #BABYLON’13, che è alla base anche del presente documentario.

Si tratta di un progetto ambizioso, in cui la troupe ha seguito alcuni militari ucraini a partire dalla prima invasione russa del 2014 fino alla contemporaneità, ricostruendone alti e bassi emotivi, alternanze fra azioni di battaglia e momenti di pausa, rotazioni esistenziali fra impiego diretto al fronte, ritorni a casa, cure mediche e tentativi di reinserimento nel mondo lavorativo “civile”. In particolare, il discorso si concentra su tre soldati, denominati secondo il loro nome di battaglia, “Ballerino”, “Vasaio” e “Pozzo” (si intenda “minerario”, come da buona tradizione donbassiana), che fin dalle primissime fasi del conflitto si precipitarono a difendere i confini del proprio paese, pur non essendo militari di professione, ma volontari. E qui non possiamo evitare una parentesi esplicativa “extra-artistica”, senza la quale trascureremmo il famigerato “elefante nella stanza”: i soldati in questione fanno infatti parte del “famigerato” Battaglione Azov, da più parti considerato come uno dei più problematici da inquadrare ed interpretare. C’è chi da un lato lo ha definito come poco meno che un’unità neonazista tout court, chi dall’altra ha teso a semplificare i termini della questione, negando ogni accusa di estremismo ed eroicizzandoli senza meno. Non è questo il luogo per una disamina (comunque utile per un’analisi seria del film), ma semplificheremo di molto dicendo che almeno nella formazione iniziale erano di sicuro presenti numerosi elementi estremisti, che poi sono stati in buona parte esclusi quando il battaglione di volontari della prima ora è stato inquadrato ufficialmente all’interno dell’esercito come brigata della Guardia Nazionale. La simbologia e alcuni suoi membri non depongono certo per una definizione francescana dell’unità (sempre soldati sono, il loro mestiere è uccidere, non dimentichiamolo, e contro gli invasori russi non vanno tanto per il sottile, ricevendo da quelli lo stesso trattamento senza guanti), ma buona parte della popolazione ucraina nutre rispetto ed ammirazione per chi ne fa o ha fatto parte, in quanto essi hanno opposto una tenace resistenza all’invasore russo, soprattutto nei primi momenti dell’invasione del 2014 quando le unità militari professionali erano piuttosto impreparate, o anche nella strenua difesa di Mariupol’.
Ciò che ci viene restituita nel film è dunque un’immagine altamente elogiativa dei suoi combattenti, che di sicuro è sottoposta a una cernita funzionale e non può essere considerata un ritratto totalmente oggettivo. Ci vengono descritte le vite al fronte di alcuni ragazzi, rappresentati come semplici ed eroici cittadini ucraini che, al di là ed indifferentemente dal loro credo politico, hanno svolto una funzione fondamentale di difesa del territorio e della popolazione: sono giovani sorridenti, che accarezzano gatti e ricordano la propria famiglia, esprimendo l’amore per la propria patria senza mai essere colti (almeno per la durata del film) in dichiarazioni “estremiste”. Il ritratto è, a dire il vero, un po’ “puccioso”: consideriamo oggettivamente che si potrebbe in questo modo dipingere come affabile e degno di lode qualsiasi reparto militare del mondo. “Operazioni” simili sono state fatte anche dalla propaganda russa, con modalità invero molto più ingannevoli (si veda Russians at War), ma qui più che di propaganda vera e propria si può parlare di una cernita funzionale, del ritratto affettuoso di una generazione, di un omaggio a degli individui e alle loro problematiche personali più che al reparto militare di cui fanno parte e alla sua controversa ideologia.

Vediamo i ragazzi farsi coraggio a vicenda nella viscida quotidianità del fango delle trincee, li cogliamo nei rifugi ad ascoltare musica (il metal è comprensibilmente il genere più gettonato, anche in virtù di una sua forte politicizzazione), li sentiamo ricordare i “confratelli” morti in battaglia, ma anche, una volta tornati in città, impegnarsi nell’attivismo civile, affrontare le ferite psicologiche maturate nel passato ed immaginare un’Ucraina del futuro, post-guerra, dove purtroppo (il vicino che il destino gli ha assegnato purtroppo non si può geograficamente spostare…) toccherà permanere in un costante status di “warrior”, in una condizione esistenziale di “chi va là” perenne. Ma soprattutto, quasi per tutta la durata del film, li sentiamo parlare in russo, a testimonianza dell’aspetto propagandistico della divisione linguistica, secondo cui chi parla russo sarebbe automaticamente parte del mondo del cremlino: i soldati dell’Azov parlavano la lingua di Pushkin, almeno fino al 2022, e solo verso la fine del film essi dichiarano di essere passati all’ucraino per precise ragioni di rifiuto ideologico di tutto ciò che possa essere legato agli invasori.
Già la pervicacia con cui la Hontaruk e il suo team hanno osservato e “inseguito” i protagonisti, immergendosi con ciò stesso nella più totale incertezza (sarebbero sopravvissuti? Avrebbero continuato a collaborare? Ci sarebbero state le condizioni tecniche ed economiche, oltre che psicologiche, per portare avanti le riprese?) è degna di lode. Ma ad aggiungere un surplus qualitativo al risultato finale è un utilizzo funzionale ed interpretativo del montaggio, cui hanno contribuito fra gli altri la regista stessa (ideatrice anche della linea narrativa) e il Roman Liubyi autore di Iron Butterflies: una volta tornati a casa, i soldati hanno come dei flash mnemonici, fra il traumatico e il nostalgico, raffigurati con rapidi inserti di inquadrature già precedentemente mostrate, attraverso un procedimento di riutilizzo ed “autocitazione” che dà compattezza alla narrazione, movimenta il flusso visivo e attiva meccanismi di coinvolgimento. I dispositivi rappresentativi correlano così l’insieme delle vicende visibili al portato psicologico, scosso e frammentario, dei soldati.
Va anche detto che questo To Die to Live rappresenta anche una preziosa testimonianza (ripetiamo: prevedibilmente di parte, ma mai falsa o artificiale) dall’interno del Battaglione di cui sopra, utile sia a demitizzarlo che ad incastonarlo più concretamente all’interno delle vicende russo-ucraine: non vengono nascoste le idee bellicose dei suoi componenti e il loro comprensibile odio per la russia, ci vengono mostrati i campi di addestramento patriottico in cui i suoi membri formano gli adolescenti ucraini, ci vengono illuminate con una luce piuttosto brillante le attività portate avanti dai suoi veterani nel consesso civile, e viene disegnato con giusta partecipazione emotiva il percorso di recupero che solo alcuni di essi riescono a portare avanti fra mille difficoltà, all’interno di una mai sopita lotta fra lo shock bellico e i tentativi di rimanere umani. Pur con alcune riserve, riteniamo questo vivace e coinvolgente documentario un prezioso esempio delle modalità con cui si muove freneticamente il pendolo continuo sospeso o fra la vita e la morte.





















