Produzione francese che vede protagonista l’americana Jodie Foster accanto a volti tra i più celebri del cinema contemporaneo francese (Daniel Auteuil, Mathieu Amalric e Virginie Efira), Vie Privée è un giallo ironico e, a tratti, surreale.
Dopo I figli degli altri, Rebecca Zlotowski torna sul grande schermo con una pellicola che, sebbene affronti argomenti simili come la genitorialità, assume dei toni molto diversi, talvolta quasi ironici.
Nel suo elegante studio parigino, la quiete della psichiatra Lilian Steiner viene bruscamente interrotta dalla notizia del suicidio della sua paziente Paula. La donna, dunque, inizia a voler avere informazioni più chiaramente circa questa morte, le cui cause non appaiono così nitide. Onorando la struttura canonica del giallo, la regista sceglie di far condurre le “indagini” alla protagonista, ma affiancata dall’ex marito Gabriel, una sorta di Dr. Watson.
La pellicola intreccia una moltitudine di temi – il rapporto con le emozioni, l’evoluzione dei legami interpersonali, i disagi psicologici – ma il più rilevante sembra essere l’importanza dell’ascolto, l’osservazione a tutto tondo, quanto più possibile stratificata.
L’argomento offre, dunque, la stessa chiave di lettura che il film richiede: formato da tantissimi substrati solo accennati (molto interessante, ad esempio, il concetto di dybbuk nella tradizione ebraica), proprio quando si entra nel vivo di un contesto, ecco che questo cambia, spaesando lo spettatore.
Questa continua e febbrile mutazione – di ambientazione e direzione della trama – mantiene alta l’attenzione dall’inizio alla fine.
L’eclettismo e la tensione sono, dunque, gli aspetti più convincenti del film.
L’aspetto più divertente viene in qualche modo portato su un piano culturalmente più ricercato grazie all’inserimento di un componimento mahleriano: a livello narrativo la scelta risulta sintomo di un volersi rivolgere a un pubblico non necessariamente ampio.
Di contro, però, l’utilizzo di Psycho Killer dei Talking Heads manifesta un intento di rendere la pellicola pop e, forse, una scena persino cult.
Le interpretazioni degli attori rispondono pienamente alle esigenze dello sviluppo della trama. La fotografia e, in particolare, l’uso del colore blu contribuiscono a porre lo spettatore in una precisa condizione emotiva di attesa.
Tuttavia, nella sua totalità, il film, nonostante il dinamismo dei toni, appare a tratti un po’ piatto: forse discostandosi dai dogmi del genere giallo avrebbe acquisito maggiore forza.




















